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LA MUSICA LITURGICA

Accompagnare con solennità la liturgia

di Giandomenico Stabile

La musica è un’arte ed ha in sé qualcosa di misterioso perché, tra tutte le arti, è quella che ha sull’uomo un influsso immediato. La musica ha un carattere universale, in quanto è un linguaggio che provoca emozioni e sensazioni simili in culture diverse (la sua interpretazione può essere influenzata dalla cultura).

Ciò avviene perché tocca profondamente l’anima dell’uomo. Se è una musica che dà gioia, dà gioia, generalmente, a tutti: non fa sentire tristezza ad alcuni e gioia ad altri, ma fa provare a tutti (o quasi) la stessa sensazione.

Attraverso la musica, il Signore ci ha donato qualcosa di molto particolare e originale: la musica non ha corpo, si basa sulla vibrazione dell’aria prodotta da una sorgente sonora (come una voce o uno strumento musicale) e si propaga attraverso l’aria sotto forma di onde sonore. Queste onde di compressione e rarefazione dell’aria sono ciò che il nostro orecchio percepisce come suono e musica; e, al semplice contatto con il nostro udito, ci elevano perché, toccando il cuore dell’uomo, fanno vivere emozioni e sensazioni immediate.

Quante volte ci è capitato di ascoltare una musica che ci ricorda un determinato momento della nostra vita e, ascoltando quelle note, di rivivere le stesse emozioni.

Quando l’uomo vuole esprimere qualcosa di grande, le cose non le dice, ma le canta, soprattutto quando vive l’esperienza dell’Amore, ovvero uno degli elementi più forti con cui Dio rivela sé stesso.

Ad esempio, una volta si cantavano le serenate alla persona amata perché, quando si è innamorati, tutto acquista un significato nuovo, diverso da prima: questa nuova esperienza di amore non si può comunicare solo con le parole ma, proprio perché è meravigliosa, occorre – usando un termine matematico – elevarle “al quadrato” per mezzo del canto.

Nella Bibbia questo “meccanismo” è presente: pensate al Salterio, i cui “Salmi” sono 150 poesie, ma anche a tutti i cantici che sono presenti dalla “Genesi” fino all’“Apocalisse” e che in passato non venivano letti, ma cantati. Libri come il “Cantico dei Cantici” erano in musica ed erano fatti per il canto.

È stato un uso moderno che ha portato a recitare le poesie, ma prima questo era il modo normale con cui si parlava di grandi cose, tant’è vero che a Dio ci si rivolgeva così, con il canto.

Perché, allora, cantare durante la liturgia? Perché è quel linguaggio “al quadrato” che ci permette di “incensare la frase” tramite la musica, che enfatizza quelle parole e le fa diventare più grandi, più importanti. L’atto liturgico ha efficacia in sé anche senza la musica, ma la musica accompagna con solennità il miracolo che accade nella liturgia.

La musica nella liturgia deve, quindi, essere un atto d’amore verso Dio.

La Chiesa, dovendo rivolgersi a Dio, ha sempre usato questo mezzo, proprio perché la musica unisce ed eleva.

Non tutta la musica, però, è adatta alla liturgia. Secondo il Maestro Don Marco Frisina la musica può dividersi in tre grandi categorie: la musica sacra, la musica liturgica e la musica cristiana.

La musica sacra riguarda le composizioni di grandi autori, scritte come un monumento a Dio per ricordare alcuni eventi particolari. Pensiamo, a esempio, alla Messa da Requiem, una delle più potenti e drammatiche composizioni sacre del 1874, che Giuseppe Verdi scrisse in memoria del grande scrittore Alessandro Manzoni. Nell’enciclica “Musicae Sacrae”, Papa Pio XII riconobbe il valore artistico della musica sacra, ma ne limitò l’uso durante le celebrazioni religiose, perché non adatta alla liturgia.

La musica liturgica – che è la musica della Chiesa e il canto liturgico è ancella della liturgia stessa – ha nel Gregoriano l’esempio normativo di come deve essere il canto stesso, con delle caratteristiche ben precise in base al tempo, al momento liturgico e ai testi che devono essere presi dalle Sacre Scritture. A esempio, il linguaggio profano, prestato alla musica sacra, non è adatto per la liturgia e la musica liturgica non può quindi seguire la moda del momento.

Infine, la musica cristiana – quella che si ascolta durante i concerti, quella molto ritmata con tutta la strumentazione tipica dei sintetizzatori degli anni ‘80 e che di solito ha un linguaggio scelto dall’autore – non è adatta alla liturgia, anche se negli ultimi tempi si è abusato circa il suo utilizzo, con l’intento di modernizzare la liturgia per “attirare” i fedeli e rendere meno noiosa la celebrazione.

Così, come per la scelta degli strumenti, viene da chiedersi se sia meglio utilizzare la chitarra o l’organo. La chitarra è uno strumento che ha un suono limitato, che può andar bene per accompagnare un solista con l’arpeggio, ma per sostenere il suono continuo di un coro o di un’assemblea è lo strumento meno adatto. Occorre uno strumento ad arco o a fiato che sia in grado di dare un suono continuo. L’organo è lo strumento più adatto, perché ha queste caratteristiche nella forma più perfetta, così come ci insegna l’enciclica “Sacrosanctum Concilium”, promulgata durante il Concilio Vaticano II, che non solo riconosce l’organo come strumento liturgico, ma lo eleva a simbolo di solennità e spiritualità nella celebrazione eucaristica.

Un semplice suggerimento per scegliere la musica liturgica più adatta e non rischiare di far confusione durante le celebrazioni: la Santa Messa è il rito principale della Chiesa, durante il quale avviene il sacrificio di Gesù Cristo: se un determinato canto non è adatto per il Calvario, non è altrettanto adatto per la liturgia.

 

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