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DUE VOLTI DELLO STESSO GESTO, DUE CUORI UN SOLO AMORE

RIPARAZIONE E CONSOLAZIONE

di Marilda Zonarelli

La giornata di oggi, in cui festeggiamo i Santi Pastorelli di Fatima, è occasione di riflessione su come la santità di Giacinta e Francesco non nasce da gesti straordinari, ma dalla fedeltà nelle piccole cose quotidiane, che la santità non è lontana o astratta, ma concreta, semplice e accessibile, radicata nell’amore quotidiano e nel sacrificio silenzioso. È vero che il loro grande amore per il Signore porta i Pastorelli ad abbracciare con generosità sofferenze inaudite, ma questi due bambini dimostrano che anche un cuore piccolo può diventare immenso quando si lascia abitare da Dio. Francesco e Giacinta, insieme alla cugina Lucia, rispondono in modo straordinario alle richieste della Madonna, ma in ognuno di loro ci sono dei tratti che emergono più di altri, in un filo conduttore che lega le loro esperienze.

Francesco, dei tre Pastorelli, è quello più contemplativo; dopo le apparizioni dell’Angelo e della Vergine Maria, con il cuore profondamente colpito dal fatto che “Dio è tanto offeso!”, in lui nasce il desiderio ardente di consolare il Signore. In risposta alla cugina Lucia, che gli domanda se gli piacesse di più «consolare il Signore o convertire i peccatori», Francesco risponde: «Mi piace di più consolare il Signore. Non hai notato come la Madonna, anche nell’ultimo mese, diventò così triste quando disse di non offendere più il Signore Dio, che è già tanto offeso? Io vorrei consolare il Signore e poi convertire i peccatori, affinché non l’offendessero più».

E così si radica profondamente in lui il desiderio di consolare "Gesù nascosto" nell'Eucaristia. Trascorre ore in Chiesa, in silenzio davanti al Tabernacolo, e rimane in adorazione per "consolare Gesù" e per la conversione dei peccatori. Colpito dall’epidemia di influenza spagnola, il piccolo Francesco offre le sue sofferenze senza lamentarsi, mostrandoci come la consolazione possa essere un’unione silenziosa con Cristo sofferente, come ogni dolore diventava un atto di riparazione. Una riparazione che nasce dall’intimità con il Signore; un gesto che ci insegna che il cuore che contempla diventa capace di amare profondamente. Il cuore di Francesco si apre alla consolazione non come fuga dalla realtà, ma come un abbraccio silenzioso alla volontà di Dio. In lui la sofferenza, ogni dolore fisico o morale diventa occasione di preghiera e di intercessione. La sua consolazione autentica non è assenza di dolore, ma disponibilità a donarsi, a comprendere e ad accogliere con fiducia la volontà di Dio, anche quando il cuore è ferito.

Sua sorella Giacinta incarna, invece, uno spirito profondamente riparatore; ha un temperamento vivace, sensibile e profondamente compassionevole. Se Francesco è il silenzio che consola, Giacinta è il fuoco che ripara. Dopo aver avuto la visione dell’inferno, il suo cuore si riempie di un grande zelo per la salvezza delle anime. “Quanta compassione sento per i peccatori! Se potessi mostrar loro l’Inferno!”, era una delle frasi che dice meditando sul fatto che molti smetterebbero di peccare se conoscessero quale eternità attende chi, fino all’ultimo istante terreno, rifiuta Dio. Ripete spesso: “Se potessi mettere nel cuore di tutti il fuoco che ho nel petto!”. Offre piccoli e grandi sacrifici: rinuncia all’acqua nelle giornate torride, sopporta la malattia e la solitudine, accetta con serenità le operazioni e l’isolamento in ospedale. Per la sua profonda pietà verso i peccatori, va intensificando le penitenze e gli atti di accettazione delle croci che via via si presentano nella sua vita.

La sua sofferenza diventa offerta pura; in lei la riparazione assume un volto attivo: è dono totale, è disponibilità a soffrire per salvare. Giacinta mostra che l’amore vero non resta passivo, ma si traduce in gesti concreti di offerta. Ogni piccolo sacrificio, ogni momento di malattia o privazione, diventa una preghiera viva che ripara le offese al cuore di Dio e intercede per chi è lontano dalla grazia. La sua energia spirituale mostra che il dolore, se offerto con amore, diventa ponte per la redenzione altrui.

Comprendiamo che quelli di Francesco e Giacinta non sono due cammini paralleli, ma due riflessi dello stesso amore. In loro la riparazione e la consolazione si intrecciano come due fili di un unico tessuto: Francesco consola adorando, Giacinta ripara offrendo. Ma entrambi vivono tutto per il Signore, tutto per le anime.

Francesco, con la sua naturale inclinazione alla consolazione, accoglie la sofferenza con un cuore pronto a donarla a Dio per il bene degli altri. Giacinta, con il suo spirito riparatore, fa dello stesso dolore un’offerta mirata alla conversione dei peccatori e alla salvezza delle anime. Entrambi, in modi complementari, mostrano che la santità si costruisce non evitando la sofferenza, ma consacrandola come strumento di amore attivo. Uniti, rappresentano un modello di vita cristiana che invita a vivere la sofferenza non come peso da sopportare, ma come occasione per consolare, riparare ed amare più intensamente.

La loro esperienza ci sfida oggi: quanto siamo capaci di accogliere il dolore senza disperazione? Quanto siamo pronti a trasformare le nostre fragilità in strumenti di consolazione e riparazione per il mondo?  Viviamo in una società che rifiuta la sofferenza e cerca il benessere ad ogni costo, un benessere sempre più terreno, immediato e parlare della croce significa affrontare un tema scomodo, poco accettato, perché significa parlare di sacrificio e dolore.

Ognuno di noi ha le proprie sofferenze, il proprio modo di vivere la croce, ma tutti siamo chiamati ad entrare nel mistero dell'amore che si dona.

In questo mondo che spesso sfugge alla sofferenza o la ignora, che grande lezione ci danno questi due bambini, che ci ricordano che la consolazione e la riparazione sono due facce dello stesso mistero: l’amore che trasforma il dolore in luce.

Ad oggi ho compreso che la sofferenza rompe l’illusione dell’autosufficienza; il dolore è entrato nella vita facendomi scoprire tutta la mia vulnerabilità, bisognosa di cura, di ascolto, di presenza. Ma ho compreso anche che è un’occasione, dolorosa ma reale, di relazione con gli altri, con il Signore che permette di vivere cose difficili non solo per usarci misericordia e consolazione ma per trasformarci in mezzo di misericordia e consolazione, perché solo una persona che è ferita può capire le ferite di un’altra. Oggi ringrazio perché nella Famiglia del Cuore Immacolato di Maria ho il sostegno per non attraversare la sofferenza da sola e prego i Santi Giacinta e Francesco di aiutarmi ad accettare ed accogliere ciò che ricevo dalle mani di Dio.

 

 

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