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LA RIPARAZIONE NELL’ANTICO TESTAMENTO

“in atto di riparazione”

di Sr. M. Giacinta Magnanimi icms

Fin dalle origini l’appello alla riparazione è risuonato nel cuore degli uomini, basti pensare ai sacrifici dell’Antico Testamento destinati a “placare la divinità” e suscitati da un istinto naturale.

Tra i sacrifici elencati nel libro del Levitico (olocausto, oblazione ecc.), risaltano i sacrifici per il peccato e i sacrifici di riparazione (Lv 4 e 5).

Pur essendo difficilmente distinguibili, i sacrifici di espiazione erano per coloro che avevano trasgredito la legge del Signore: quindi il peccato era commesso direttamente nei confronti di Dio. I sacrifici di riparazione, invece, venivano offerti al Signore da chi aveva peccato riguardo a cose consacrate al Signore o verso il prossimo; in questo caso, oltre al sacrificio, era necessario anche il risarcimento del danno recato.

Al capitolo 16 il libro del Levitico riprende a parlare di sacrificio con il Giorno dell’espiazione, istituito per togliere ogni peccato dall’intera comunità: giorno di digiuno assoluto e di espiazione. Non era solamente una liturgia destinata a placare la collera divina nei riguardi del suo popolo, ma piuttosto l’oggetto di un comandamento, che esprimeva la volontà trascendente di Dio di riconciliarsi con il suo popolo: il Signore si impegnava a perdonare sempre, a patto che il suo popolo esprimesse il proprio pentimento rispettando le sue prescrizioni.

Il libro dell’Esodo, al capitolo 12, narra il sacrificio dell’Agnello Pasquale. Il rituale è chiaro: ogni famiglia doveva procurarsi un agnello maschio, nato nell’anno. Dopo averlo ucciso, con il sangue dovevano segnare gli stipiti e l’architrave delle case nelle quali veniva mangiato, insieme ad azzimi ed erbe amare. Quello era il segno che il Signore avrebbe visto – quando sarebbe passato per colpire ogni primogenito d’Egitto, uomo o animale – e così sarebbe passato oltre. L’originalità di questa celebrazione sta nel commemorare il potente intervento di Dio nella liberazione del popolo d’Israele dall’Egitto, per condurlo nella Terra Promessa.

È un memoriale, è un sacrificio di rendimento di grazie per i benefici del passato e del presente.

Col passare del tempo, nel compiere i sacrifici prescritti, il Popolo d’Israele aveva perso di vista l’intento principale di Dio, riducendoli alla formalità di un rito esteriore. Contro questa degradazione della prassi sacrificale i Profeti si elevarono con vigore, condannando non i sacrifici in quanto tali, ma piuttosto la condotta di vita. In questo modo dettero una svolta decisiva alla comprensione del loro vero significato, che si potrà comprendere pienamente alla luce della Rivelazione del Nuovo Testamento.

I Profeti condannano la pratica solamente esteriore dei sacrifici, priva di un’autentica coerenza di vita; e, al tempo stesso, indicano qual è il vero sacrificio: l’obbedienza a Dio, la pratica del diritto e della giustizia, il rispetto del povero:

Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova. Su venite e discutiamo – dice il Signore. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra (Is 1,16-19).

I Profeti svolgono un’azione pedagogica decisiva per la comprensione del vero significato di sacrificio, che consiste nella totalità dell’esistenza orientata a Dio e al prossimo.

Il vertice di questa rivelazione si ha con la profezia del Servo sofferente di Isaia, il quale offre tutta la sua vita in sacrificio. Tuttavia, il Servo è solo una figura: bisognerà attendere Cristo perché diventi realtà.

Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha spogliato se stesso fino alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli” (Is 53,10-12).

Il profeta parla di “giusto mio servo”: si tratta di un innocente estraneo a ogni violenza: eppure le sofferenze lo hanno sfigurato a tal punto da indurre chi lo guarda a girare gli occhi altrove. È innocente: “eppure si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori” (Is 53,4); il suo è un atto di volontà e di amore. Tale dono di sé si trasforma in dono di riconciliazione tra Dio e il popolo, mediatore di salvezza. Davanti a Dio il Servo è portatore dei peccati del popolo e la sua sofferenza è sofferenza riparatrice. La sua innocenza rende il sacrificio perfettamente puro e l’allusione dell’agnello condotto al macello richiama anche il sacrificio dell’agnello pasquale.

Il Servo sofferente è una figura. Tutto, infatti, è annunciato, ma non è ancora realizzato: si realizzerà con la venuta del Messia.

 

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