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Abortire con la RU 486: semplice, indolore, sicuro? Ce lo spiega il dott. Noia

a cura di padre Enzo Vitale icms

Sulle pagine dell’Osservatore Romano, con la chiarezza che lo contraddistingue, il dottor Giuseppe Noia, Docente di Medicina prenatale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, ci aiuta a riflettere sulle devastanti conseguenze dell’assunzione della pillola RU 486.

Nel pezzo, La salute delle donne e i rischi della RU486, apparso sul giornale della Santa Sede il 19 agosto scorso, il docente spiega la falsità scientifica delle espressioni semplice, indolore, sicuro, legate all’utilizzo della RU 486.

Una voce autorevole

Il professor Noia, forte della grande esperienza medica e clinica, riporta dati avvalorati a livello internazionale da autorevoli riviste scientifiche e che, purtroppo, sono spesso aggirati per la tendenza a voler, ad ogni costo, rendere accessibile l’aborto a tutti. Il pericolo e i danni che seguono all’assunzione di questa pillola sono devastanti a livello fisico e piscologico per la donna.

I riferimenti accademici citati nell’articolo aiutano a capire come il ricorso a questo metodo abortivo sia altamente dannoso per la donna, senza contare l’innegabile e intrinseca perversione dell’interruzione di una vita nascente nel grembo materno: l’aborto è e resta, qualsiasi sia la modalità con cui è praticato, un intrinsece malum (atto intrinsecamente cattivo), per usare un’espressione cara alla morale cattolica, qualcosa, cioè, di cattivo sempre e comunque, in se stesso.Assai toccanti sono poi le testimonianze che sottolineano il dramma vissuto da donne indotte a vivere l’esperienza dell’aborto in totale solitudine.

Il feto, “medico della madre”

Non dimentichiamo, inoltre, ci ricorda Noia, che «l’aborto farmacologico cerca di silenziare la verità scientifica di questa relazione biologica, immunologica, ormonale e psicodinamica che, sin dal primo istante del concepimento, si crea tra l’embrione, ossia il figlio, e sua madre: per certa scienza, ormai datata e inconsapevole del “protagonismo biologico” dell’embrione, sembra che questa realtà sia irrilevante» mentre «già dalla 4ª settimana di gestazione l’embrione comincia a sviluppare tutta una serie di pattern sul piano della sensorialità, in termini di gusto e olfatto, attraverso la relazione con la madre, così come sul piano degli scambi cellulari, inviando alla donna cellule staminali che, attraversando la placenta, per via ematica, raggiungono zone patologiche materne per circoscriverle e guarirle: il feto, infatti, in tal senso, è “medico della madre”».

Custodi dei nostri “fratellini” più piccoli

E aggiunge: «Da parte sua, la madre sviluppa una forte ed intima percezione della presenza del figlio, sostenendolo con ossigeno e nutrizionali: questa relazione reciproca si chiama “simbiosi materno-fetale” ed è un meraviglioso mistero che ormai la scienza ha potuto conoscere e approfondire».

L’articolo si conclude con un appello che facciamo nostro, il grido alla verità negata del bambino e del rapporto madre-figlio: «manca l’uso di un linguaggio veritiero, che con coraggio chiami “figlio” colui che viene visto come una minaccia da eliminare»…«Se almeno ricominciassimo rimettendo le parole al loro posto e chiamando con il loro nome questi piccoli che il Signore affida alle cure delle loro mamme, forse potremmo diventare
consapevoli del fatto che non siamo i padroni onnipotenti della vita, perché tutti siamo figli. E quelli che stanno nel grembo delle donne sono i nostri
fratelli più piccoli, i fratelli che il Padre ci ha affidato, perché li ha amati e desiderati, chiedendo anche a noi di accoglierli e amarli».

 

 

 

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