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ADOLESCENTI e relazioni che cambiano

il gruppo, gli amici, gli innamoramenti

di Saverio Sgroi

«Voi non sapete nulla di noi, pensate di conoscerci e non ci conoscete per niente! Non sapete nulla di quello che facciamo quando siamo fuori di qua! Noi delle nostre cose parliamo con chi ci capisce.» Queste parole sono una fotografia, forse dai toni troppo accesi ma comunque abbastanza realistica, di ciò che accade ad una persona che è appena entrata nell’età più problematica della sua vita: l’adolescenza.

L’adolescenza è l’età della crisi: e se pensiamo all’etimologia di questa parola ci rendiamo conto di tutto il lavoro, difficile e pesante, che un genitore deve fare per affrontare questo momento particolare. In realtà a faticare, e pure tanto, è anche e soprattutto il figlio, che deve permettere quel cambio di prospettiva che permette al bambino che è stato di diventare adulto. Un lavoro che gli consentirà di non dipendere più dai genitori, di pensare e decidere con la propria testa, di imparare a vivere le relazioni, di imparare ad amarsi e ad amare.

Tempo fa lessi questo elogio dell’amicizia, fatto da una ragazza di quattordici anni: «L’amicizia è qualcosa di importante per me. Gli amici nella vita sono come un punto di riferimento. Gli amici sono quelle persone che ti accolgono quando hai bisogno di qualcuno a cui raccontare quello che non va, e poi ti sanno dare giusti consigli quando hai commesso un errore.» Per comprendere meglio il radicale cambio di prospettiva che avviene nella vita di un bambino che diventa adolescente, provate a rileggere queste parole mettendo la parola “famiglia”al posto di “amicizia”, e la parola “genitori” al posto di “amici”: vi ritroverete a leggere una frase che starebbe bene sulla bocca di una bambina di otto anni  ma mai di una quattordicenne. E viceversa, mai e poi mai una bambina di otto anni direbbe queste cose dell’amicizia.

Una delle novità che compare nella vita degli adolescenti, infatti, è proprio l’amicizia. È una esperienza assolutamente nuova, per i figli e per i genitori. I bambini non hanno amici, ma compagni di gioco; l’amicizia nasce con l’adolescenza, ed è strettamente collegata con lo sviluppo dell’intimità. Man mano che un ragazzo si rende conto di aver dentro un mondo interiore ricco e prezioso, comincia a gustare la bellezza di condividerlo con altre persone ed in particolare con i coetanei, a cui si sente legato da una comunanza di vita che difficilmente riscontra con altre persone.

Ma l’amicizia dei figli è una grande novità anche per i genitori, che devono imparare a fare un passo indietro ed accettare che i figli comincino a condividere parti importanti della loro vita con altre persone. La scoperta dell’amicizia e del gruppo dei pari nell’adolescenza va di pari passo, infatti, con il progressivo allontanamento dall’orbita familiare: avviene una vera e propria metamorfosi della relazione.

Fino all’inizio dell’adolescenza i figli gravitano sostanzialmente attorno ai genitori, che sono il loro unico punto di riferimento. Con l’irrompere della pubertà, essi iniziano lentamente – anche se a volte lo fanno con manifestazioni piuttosto eclatanti – ad allontanarsi dall’orbita genitoriale, per entrare progressivamente in quella dei coetanei. Il gruppo dei pari a questa età ha una forza dirompente sull’adolescente, che ha un enorme bisogno di consenso e di conferma della propria identità in costruzione, si sente vicino a chi sta attraversando le sue stesse difficoltà, trova conforto negli amici che – a suo dire – possono capirlo molto meglio dei genitori, ama passare del tempo con chi ha gli stessi suoi sogni, adora condividere con i coetanei le proprie paure e i propri entusiasmi, si sente compreso da chi combatte le stesse battaglie.

Col passare del tempo, avviene qualcosa che per un adolescente ha un fascino particolare: nel gruppo di coetanei, egli scopre un feeling con alcune persone specifiche; dal gruppo nascono le amicizie, le relazioni particolari che gli fanno gustare la bellezza di condividere la propria intimità con qualcuno. È un’esperienza fondamentale per un adolescente, ed è molto importante che i genitori sappiano favorire nei loro figli, sempre con discrezione e senza forzature, la nascita di amicizie profonde, che costituiscono occasioni uniche di maturazione e di crescita. Sono occasioni necessarie per definire meglio la propria identità e sviluppare l’intimità, crescere in autostima, imparare a superare delusioni e frustrazioni.

La metamorfosi della relazione continua ed arriva un momento in cui l’adolescente scopre un legame diverso dall’amicizia, che gli fa sperimentare la bellezza dell’unicità: è il momento in cui, spesso dal gruppo degli amici, emerge una persona verso la quale manifesta un’attrazione particolare. Con i preadolescenti parlo molto di quanto non si piacciono, non si accettano, hanno paura di essere giudicati negativamente dagli amici. Quando parliamo delle prime relazioni di innamoramento, chiedo loro che cosa provano al pensiero di sapersi scelti da un ragazzo o da una ragazza. La risposta è sempre la stessa: «sono felice perché c’è qualcuno che mi sceglie e mi accetta per quello che sono veramente». Ed è bellissimo vedere i loro volti che si illuminano.

Le prime cotte e i primi innamoramenti sono un’iniezione formidabile di fiducia per un adolescente e pertanto, come per l’amicizia, è bene che i genitori sappiano non ostacolare la nascita di queste prime relazioni particolari nei loro figli. Ovviamente è importante che i ragazzi vengano aiutati a non chiudersi troppo presto in una relazione a due che finirebbe per bloccare il loro sviluppo affettivo.

In pochi anni è avvenuta così la rivoluzione copernicana: da pianeti che ruotano attorno al “sistema solare” dei genitori, gli adolescenti diventano pianeti che intrattengono nuove relazioni con altri “sistemi solari” esterni alla famiglia. Come possono agire i genitori per aiutare i loro figli in queste prime “uscite” affettive dall’orbita familiare?

Innanzitutto devono vincere ogni forma di gelosia e attaccamento, spesso inconsapevole, che rischia di impedire il taglio del cordone ombelicale, assolutamente necessario. È evidente che un figlio che si apre alle amicizie e – a maggior ragione – agli innamoramenti, sta trasmettendo ai genitori un messaggio chiaro: «è iniziato un processo che, presto o tardi, mi porterà a lasciare casa per condurre la mia vita»; è un figlio che, con un termine che si utilizza spesso in questi casi, si sta desatellizzando: sta smettendo di essere un satellite della sua famiglia. Ciò può provocare una naturale reazione di disagio nei genitori, che dovranno iniziare a familiarizzare con questa novità per accettarla del tutto quando, un giorno, il figlio abbandonerà casa per formare una nuova famiglia.

Il disagio dei genitori può nascere dalla paura delle amicizie che frequentano i figli. Per questo, sin dall’inizio è importante creare e favorire quelle occasioni utili a conoscere gli amici dei figli, facendoli venire a casa, facendosi raccontare dai figli cosa fanno, imparando a fidarsi di loro.

Il gruppo è una formidabile occasione di crescita per un adolescente, che impara a relazionarsi con persone diverse, che a volte non la pensano come lui e con cui deve imparare a confrontarsi, superando il proprio egocentrismo. In particolare, il gruppo gli dà l’opportunità di mettere in discussione i valori appresi in famiglia, vagliarli, rielaborarli e infine farli diventare propri. Spesso questo passaggio avviene dopo un periodo più o meno lungo in cui molti di questi valori vengono contestati e rinnegati, con grande sofferenza da parte dei genitori. Ma si tratta di una tappa necessaria perché i ragazzi passino da una morale eteronoma («faccio così perché me lo hanno insegnato i genitori») ad una morale autonoma («faccio così perché io, personalmente, lo ritengo giusto»).

L’educazione permette di trasmettere valori, di essere di esempio, di cercare di mostrare il bene ma i genitori non potranno mai sostituirsi nelle scelte dei figli, a maggior ragione se questi non sono più bambini. Man mano che i figli crescono i genitori potranno solo orientare le loro decisioni, aiutarli a scegliere bene, incoraggiarli, dare suggerimenti, ma le scelte saranno sempre dei figli. Ciò che è importante è trasmettere a questi la consapevolezza che, se commetteranno degli errori, sapranno di poter contare sempre sui loro genitori. Il desiderio di sostituirci ai ragazzi è sempre latente e pronto a manifestarsi al primo timore che non riescano a farcela da soli. Eppure non abbiamo altra strada se vogliamo farli diventare grandi. E se vogliamo che imparino a usare bene uno dei doni più grandi che hanno ricevuto: la libertà.

(tratto dal sito educ@more)

 

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