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AGNESE, sposa dell'Agnello

La forza della dolcezza

di Sr. M. Leonarda Innocente

Il Beato Raimondo da Capua, insigne biografo di S. Agnese da Montepulciano (1268-1317), ci dice che “...anche ai nostri giorni il mite e dolce Agnello, che mai un istante ci abbandona, mosso da infinito amore, ci additò l’imitazione fedele della Sua perfezione in una fanciulla di un paese della Toscana, che Egli aveva fatta Sua sposa”; affinché noi, “arrivando a scorgere nella serenità dello sguardo e nella compostezza del portamento, la sua vita di Paradiso, giungiamo alla comprensione di Dio, con la forza dell’intelligenza e attraverso quei miracoli di cui siamo stati testimoni”. I santi, dunque, sono “santi” proprio a vantaggio nostro, come fiaccole poste da Dio nel mondo per indicarci meglio la via che conduce a Lui. E Agnese, fra questi, brilla di una luce davvero speciale.

Alla nascita della piccola Agnese, nella camera, si videro apparire per diverse ore moltissimi ceri accesi che “scintillavano di mirabile luce”, preludio alla sua radiosa vita. Sin da bambina si mostrò molto devota, imparò in tenera età l’Ave e il Pater noster. Amava ritirarsi sul retro della casa, dove, con le manine giunte, recitava con grande raccoglimento le preghiere imparate. Crescendo manifestò il desiderio di farsi monaca per dedicarsi totalmente a Dio solo. Inizialmente i suoi non l’assecondarono, credendo si trattasse di fantasie di bambina; poi, però, si dovettero ricredere, anche perché il demonio stesso diede prova che la santità di questa futura monaca lo avrebbe grandemente contrastato. Entrò così a nove anni fra le “suore del sacco” di Montepulciano. Qui la piccola progredì in fretta nelle virtù, dedicandosi alla preghiera, alla meditazione e all’obbedienza. A soli quindici anni le venne affidata la direzione di un nuovo monastero, nella città di Proceno, dove si recò con un’altra suora: lì le si radunò subito attorno un buon numero di giovinette, desiderose di consacrarsi al Signore. In seguito fondò un monastero domenicano proprio a Montepulciano.

Poiché la familiarità con Dio era ciò di cui viveva, “le germogliò in cuore una tenerezza tutta particolare per la beatissima Vergine Maria, Madre di Dio: perciò molto spesso Le si rivolgeva con vivo affetto”. Desiderando ardentemente vedere il proprio Sposo faccia a faccia, decise di chiedere questa grazia alla Madonna, poiché dal Signore Lei ottiene tutto. Le apparve, allora, la Santa Vergine e le mise fra le braccia il piccolo Gesù. La santa, dopo averLo tenuto stretto per qualche ora, non voleva più ridarLo alla Madre e, cercando di trattenerlo Gli strappò una “crocellina”, che era legata con un filo sottilissimo al collo del Bimbo, e la tenne poi come carissimo ricordo di Lui. Quando, trasferitasi a Montepulciano, le Suore si rifiutarono di inviarle la preziosa reliquia, desiderando tenerla in suo ricordo, la Santa la chiese a Dio stesso, che gliela recapitò per mano di un angelo. Agnese, quindi, mandò a dire alle Suore: “Vi ho mandato a chiedere, e non una volta sola, il dono che mi era venuto dal Cielo, e non mi avete voluto dar retta; l’ho chiesto al Mio Signore una volta sola, e, nella Sua Bontà e Misericordia, subito mi ha restituito ciò che mi aveva dato e che or ora Gli ho chiesto, imparate dunque, a non opporvi mai alla Volontà di Dio. Grande era la confidenza di Agnese nel Signore, da Lui tutto sperava, da Lui tutto otteneva perché a Lui s’era donata senza “se” e senza “ma”.

La vita di questa Suora è costellata di fatti miracolosi. Ricevette la Santa Comunione e il Sacro Calice per più volte dalle mani di un Angelo; mutò l’acqua in vino; moltiplicò i pani e trasudò balsamo profumato. Guarì già in vita ogni tipo di male, dalla cecità alla pazzia, risuscitò dei morti, sanò piaghe e convertì molti cuori. Suggestivo è il fenomeno della “manna di Sant’Agnese”: quando pregava, infatti, il suo mantello si ricopriva di uno strato di manna sottile, come neve, che si divideva in piccoli granelli bianchi a forma di croce. Il vescovo stesso, che presiedette alla consacrazione di Agnese, si ritrovò tutto scintillante di manna caduta dal cielo, ne fu ricoperto anche l’altare, tanto che i presenti ne raccolsero a piene mani. In tutto splendeva la sua dolcezza verginale; a dei ragazzi che la beffeggiavano fece regalare dei polli arrostiti, per ripagare il male col bene. Apparve, invece, ad un uomo seriamente intenzionato ad uccidere un suo nemico: lo liberò dall’ira che portava nel cuore e fece sì che si riconciliasse sinceramente. Colpita da un grave male, si recò alle terme di Chianciano e, anziché trarne beneficio, beneficò l’acqua rendendola miracolosa per l’anima e per il corpo di chiunque vi entrasse.

Il suo biografo ci assicura che non c’è grazia che questa grande santa non conceda, Ella sempre è attenta ad ogni preghiera che le venga rivolta, affinché, attraverso di Lei, sia glorificato e lodato Dio per le Sue grandi Opere di Misericordia.

 

    

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