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ANCHE DIO HA UN CUORE

di padre Paolo Falchi icms

“Gesù ci ha conosciuti e amati, tutti e ciascuno… Ci ha amati tutti con un cuore umano…”. Questa semplice ma eloquente frase, che ritroviamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica al n° 478, ci riporta una verità fondamentale: Dio ci ha voluto donare insieme al suo amore divino il suo amore umano, assunto nel momento in cui ha condiviso la nostra esistenza terrena; Gesù ci ha amati come Dio e come uomo. Non c’è quindi nessuna dimensione dell’essere di Gesù che non sia stata coinvolta nell’opera della nostra salvezza. Dio è amore e tutto ciò che opera lo fa per amore e con amore e il segno o, meglio, il simbolo che ne contiene il pieno significato è il suo Cuore: “…per questo motivo il sacro Cuore di Gesù …è considerato il segno e il simbolo principale di quell’infinito amore…”, come conferma il Catechismo.

Nella Bibbia, ma anche nel linguaggio comune, quando si parla del cuore, non inteso come organo biologico, si fa riferimento idealmente a un “elemento simbolico” dove si trovano i sentimenti più profondi di ogni persona, la sua interiorità più recondita, il centro della vita spirituale ed emotiva, la realtà dove si concentrano le esperienze personali e la relazione con Dio. Comunemente quando diciamo che una persona è di cuore buono intendiamo riconoscerne la generosità, la disponibilità, la prontezza nel dono di sé. È per questo che nel Cuore di Gesù vediamo raffigurato l’amore traboccante verso di noi, il richiamo costante alla bontà divina che accoglie e perdona in ogni momento. L’evento della Croce ci consegna così il luogo da cui questo amore divino sgorga, con tanta abbondanza: il Cuore trafitto del Signore, da cui scaturisce sangue ed acqua. Quando guardiamo la ferita aperta del costato di Gesù, ricordiamo allo stesso tempo questo Cuore traboccante d’amore.

È significativo che la Chiesa abbia posto la celebrazione della solennità del Sacro Cuore subito dopo il Tempo pasquale, al cui centro vi è la Passione e la Resurrezione del Signore. L’amore si esprime sempre con il dono di sé e il nostro Redentore, immolandosi sulla croce, fa scaturire dallo squarcio del suo petto un’ineffabile abbondanza di delizie spirituali: la salvezza per tutta l’umanità, la presenza perpetua di Lui nella santa Eucaristia; la santificazione per mezzo dei sacramenti; l’effusione dello Spirito Santo; il dono di Maria come Madre di tutti i credenti, sollecita per il loro bene eterno; l’istituzione della santa Chiesa, che raccoglie ed effonde i frutti del suo amore.

Questa solennità rappresenta, quindi, molto più di una semplice celebrazione liturgica; è un invito a contemplare e a riflettere sull’infinito amore del Redentore per l’umanità. Celebrarla con consapevolezza ci accosta al Cuore stesso di Gesù, trovando in Lui la fonte di ogni vero amore e totale dono di sé, il suo sacrificio per la salvezza dell’umanità, ma anche il suo desiderio di essere amato e di vedere ricambiato il suo amore.

Intorno al 1675, una Suora Visitandina, Margherita Maria Alacoque, presso il convento di Paray-le-Monial, riceve una serie di apparizioni in cui Gesù le mostra il suo Cuore ardente di amore per gli uomini: “Il mio Cuore divino è così appassionato d’amore per gli uomini che, non potendo più racchiudere in sé le fiamme della sua ardente carità, bisogna che le spanda”. Cristo, splendente di gloria, rivela il suo Cuore circondato da fiamme, simbolo universale dell’amore che chiama gli uomini a ricambiarlo con il loro amore. Succede un po’ come quando un innamorato sente il bisogno incontenibile di comunicare i suoi sentimenti di affetto alla persona amata. Il suo gesto è spinto da un profondo desiderio di trovare in lei una corrispondenza, che ricambi l’impulso del suo cuore. Gesù ci invita a fare altrettanto, riparando con il nostro amore riconoscente le infedeltà e le innumerevoli offese rivolte a Lui da un’umanità ingrata e indifferente.

In seguito alle richieste fatte da Gesù a Santa Margherita Maria si è sviluppata una nuova forma di devozione, caratterizzata da pratiche come la comunione dei primi nove venerdì del mese e l’Ora Santa di adorazione e riparazione, oltre l’istituzione di una festa solenne in onore del Sacro Cuore, oggi celebrata in tutta la Chiesa il venerdì dopo il Corpus Domini.

Quest’anno si realizza la felice concomitanza con altri due eventi straordinari: il Giubileo “Pellegrini di speranza” e la conclusione – il 27 maggio – del particolare Giubileo, durato un anno e mezzo, per i 350 anni delle apparizioni a Santa Margherita Maria Alacoque, che ha avuto come tema “Rendere amore per amore”.

Volgendo uno sguardo d’insieme su questi momenti, che stimolano il nostro progresso spirituale, notiamo che se, da una parte, la devozione al Sacro Cuore è l’occasione per rinnovare la nostra fede, per abbracciare l’amore e la misericordia e perseguire la santificazione personale – fino a stabilire un legame più profondo con Gesù, senza dimenticare l’invito a compiere atti di riparazione per i peccati, in particolare per l’indifferenza e l’ingratitudine verso di Lui – dall’altra, il Giubileo è una opportunità che la grazia dell’Altissimo ci offre per fare esperienza concreta della misericordia di Dio, rinnovando il fervore della nostra fede, per diventare testimoni di speranza, in un mondo segnato da sfide e da incertezze.

Si potrebbe così pensare a “un filo rosso” che unisce la devozione al Sacro Cuore e il Giubileo della Redenzione: è la speranza che nasce dall’amore di Cristo. Papa Francesco, nella bolla di indizione del Giubileo – “La speranza non delude” – lo afferma con chiarezza: “… la speranza nasce dall’amore e si basa sull’amore che sgorga dal Cuore di Gesù”.

La speranza, evidenziata nella spiritualità caratteristica del presente Giubileo, e l’amore, richiamato costantemente nella simbologia del Cuore di Gesù, ci suggeriscono una più profonda partecipazione a questi due grandi eventi di fede, come una chiamata particolare che in questo mondo, segnato così fortemente dal peccato e dalla sofferenza, risuona quanto mai urgente.

I conflitti, sempre numerosi e sanguinosi, e le crisi di valori personali e sociali, ci mostrano l’importanza di prestare un ascolto attento a sempre attuale al messaggio del Sacro Cuore: siamo chiamati a essere testimoni di una speranza viva, che nasce dalla certezza che l’amore di Dio non ci abbandona mai.

Allo stesso modo celebrare il Giubileo, vivendo la spiritualità del Sacro Cuore, significa diventare un segno visibile della compassione e della misericordia di Dio, impegnandoci a vivere una spiritualità più profonda e fondata sull’amore riconoscente per il nostro Redentore. Troveremo l’energia e l’entusiasmo per attuare concretamente la forza di questo amore divino nelle opere di carità e nel perdono verso i fratelli, in uno sforzo continuo di conversione personale e comunitaria, in cui riscoprire la gioia del Vangelo e la bellezza di una fede vissuta con cuore aperto.

 

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