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BEATO ALFREDO ILDEFONSO SCHUSTER

"Non vi è altra cosa su questa terra che attendere all’unione con Dio. Tutto il resto è nulla"

di P. Eugenio Pozzoli icms

Nacque a Roma il 18 gennaio 1880 da Johann Schuster, bavarese,  caposarto della Guardia Svizzera Pontificia, e Maria Anna Tutzer, di Renon, allora Tirolo asburgico. Venne battezzato il 20 gennaio coi nomi di Alfredo Ludovico Luigi.

Il padre morì il 18 settembre 1889, ed essendo il piccolo Alfredo dotato nello studio, a 11 anni ottenne la possibilità di entrare nello studentato dei benedettini del monastero romano di San Paolo fuori le mura, dove ebbe come maestro il beato dom Placido Riccardi, che lo aiutò a scoprire la vocazione monastica.

Col nome di Ildefonso entra nel noviziato benedettino nel 1898, emettendo la propria professione religiosa nel 1899. Negli anni successivi si laureò in filosofia e teologia. Il 19 marzo 1904 venne ordinato presbitero nella Basilica di San Giovanni in Laterano dal cardinale Pietro Respighi.

Nel 1908 divenne maestro dei novizi, gli furono affidati anche altri incarichi di responsabilità nell’ordine benedettino, e nel 1918, a soli 38 anni, fu eletto abate ordinario di San Paolo fuori le mura.

Studiò a fondo la Regola di san Benedetto, per viverla personalmente e invitare tutti a farla propria, ciascuno nel suo ambiente, anche professionale.

Quanti conobbero Schuster videro in lui una persona riservata e autorevole per temperamento e preparazione, ma anche animata da un grande slancio per Dio e per il bene delle anime. Fu infatti uomo ricco di benevolenza verso tutti, attento alle esigenze e ai problemi della vita quotidiana.

Insisteva sulla necessità di armonizzare tra loro lo studio, la preghiera, le attività. Il vero cristiano, per il beato Schuster, deve essere consapevole della propria fede, partecipare alla vita liturgica e di preghiera per testimoniare il Vangelo in ogni circostanza.

“Col passare degli anni la preghiera divenne sempre più importante per lui, consentendogli di immergersi in quel Dio che solo poteva colmare la sua sete di amore. Quando era davanti al tabernacolo, il suo sguardo era come rapito. Da questa unione con il Signore egli traeva forza per sostenere la fatica da cui era scandita la sua giornata e dare il meglio di sé in ogni momento. Ebbe a scrivere: "Non vi è altra cosa su questa terra che attendere all’unione con Dio. Tutto il resto è nulla": così si esprimeva san Giovanni Paolo II nell’udienza ai pellegrini ambrosiani il giorno dopo la beatificazione del card. Schuster.

Dalla Santa Sede gli furono affidati diversi incarichi, tra cui la missione di visitatore apostolico per valutare la situazione nei seminari e monasteri dell'arcidiocesi di Milano, avviandone la riforma e promuovendo la costruzione del nuovo seminario su una collina a Venegono Inferiore, luogo che lui stesso contribuì ad individuare.

Il 26 giugno 1929 papa Pio XI lo nominò Arcivescovo metropolita di Milano e il successivo 21 luglio venne consacrato vescovo nella cappella Sistina.

Governò l'arcidiocesi in tempi difficili per Milano e per l'Italia. Prese come modello uno dei suoi predecessori più illustri, san Carlo Borromeo: si dimostrò assiduo nell'effettuare le visite pastorali alle oltre mille parrocchie della diocesi; nei venticinque anni del suo episcopato ben cinque furono le visite pastorali in Diocesi.

Numerose sono le sue lettere al clero e al popolo, le minuziose e dettagliate prescrizioni specialmente in ordine al decoro del culto divino. La liturgia era per lui “un magnifico testo catechistico per il popolo”. Nella prima lettera alla Diocesi affermava che “la liturgia vuole rappresentare la pedagogia soprannaturale e divina con la quale i figli di Dio vengono educati alla vita eterna”. Invitò il clero diocesano a rendere le devozioni e le forme di pietà popolari adatte a una più profonda adesione alla ricchezza della fede e della liturgia.

Schuster considerava l’evangelizzazione come lo strumento più importante per cercare di costruire una società più giusta. Nella lettera pastorale del 1931 affermava che la società del suo tempo era caratterizzata da almeno tre mali: la corsa al guadagno senza rispettare il primato della persona umana e della propria dignità; la violenza che emergeva nei rapporti internazionali, che portava a imporsi, sempre e comunque, sugli altri; la disgregazione della famiglia, perché stava scomparendo il rispetto dei ruoli e dei compiti, con grave danno per l’educazione dei figli. Osservazioni che a distanza di qualche decennio appaiono quasi profetiche.

Un grave problema emergente, dal punto di vista pastorale e sociale, era quello delle periferie operaie, segnate dalla presenza sempre più diffusa dell’ideologia materialista rappresentata dal comunismo, che per Schuster rimane una ideologia atea e anti-umana, arrivando a definirlo durante una omelia in Duomo nel 1937, “l’incarnazione del satanismo”. Ma riconosceva anche che il capitalismo non era la risposta, visto che i borghesi cattolici, pur impegnandosi nella cultura e affermando fedeltà al Papa, spesso non frequentano la Chiesa e sfruttano gli operai, assumendo di fatto atteggiamenti non evangelici.

Ecco che allora il Cardinale fa intervenire i giovani di Azione Cattolica: entrano nelle fabbriche, muniti di distintivo, per dire agli operai che chiunque svolge bene il proprio lavoro, con onestà, collabora alla costruzione di una società più giusta e continua l’opera creatrice di Dio.

Durante il suo episcopato è attento anche a richiamare il pericolo rappresentato della pretesa del regime fascista di controllare l’opinione pubblica, le associazioni ecclesiali, l’educazione giovanile, i giornali; condannando anche il militarismo e il mito della forza e della razza.

ll 13 novembre 1938 dal pulpito del Duomo di Milano, pronunciò un'omelia nella quale condannava l’approvazione delle leggi razziali, denunciandone l'ideologia neo-pagana: «È nata all'estero e serpeggia un po' dovunque una specie di eresia, che non solamente attenta alle fondamenta soprannaturali della Chiesa cattolica, ma materializza nel sangue umano i concetti spirituali di individuo, di Nazione e di Patria, rinnega all'umanità ogni altro valore spirituale, e costituisce così un pericolo internazionale non minore di quello dello stesso bolscevismo. È il cosiddetto razzismo».

Il testo integrale dell'omelia fu pubblicato il 15 novembre in prima pagina dal quotidiano cattolico L'Italia: il direttore Sante Maggi pagò il gesto con la rimozione dalla carica per evitare la chiusura del giornale, nonostante la difesa di Schuster, che a sua volta fu considerato dal regime un traditore e un antifascista.

Alla caduta della Repubblica Sociale Italiana promosse un incontro in arcivescovado tra Benito Mussolini e i rappresentanti partigiani, nel tentativo di concordare una resa senza spargimento di sangue. Propose anche a Mussolini di fermarsi in arcivescovado, sotto la sua protezione, per poi consegnarsi agli alleati.

Schuster si interessò anche di sacerdoti e laici ingiustamente detenuti dai nazisti nel carcere milanese di San Vittore. I sacerdoti ambrosiani impegnati nella Resistenza scrissero a Schuster al termine della guerra:

Grazie, Eminenza di quanto ha fatto per noi […], di aver liberato alcuni di noi dal carcere e dal concentramento […]. Alcune sue parole, alcuni suoi gesti […] ci hanno profondamente commossi, come quella volta che nel carcere di S. Vittore, davanti alle SS impietrite, ha abbracciato uno di noi […], o l’altra volta in cui si è inginocchiato di fronte al giovane uscito dal carcere […] e lo ha chiamato martire, perché aveva saputo che era stato picchiato e torturato…”.

Il suo impegno non si si esaurì nel cercare di salvare edifici, ponti, fabbriche, centrali elettriche dalla distruzione, ma fece anche in modo che l’insediamento delle nuove autorità potesse avvenire quasi senza combattimenti, e ad evitare rappresaglie, vendette personali, ruberie e saccheggi, ricordando a tutti che: “siamo troppo pochi e troppo poveri per dilaniarci a vicenda…”.

Al termine della guerra, salì sulla cima del Duomo, per porre ai piedi della “Madonnina” i volumi contenenti i nomi di coloro che, raccogliendo il suo invito, si erano impegnati a recitare quotidianamente il Rosario per far cessare le ostilità.

L’azione pastorale e sociale di Schuster continuò con energia durante la ricostruzione. Nel 1949 promosse la costituzione della Domus Ambrosiana per la costruzione di case da destinare a famiglie e a giovani coppie con reddito basso. Scrisse il cardinale in quell’anno sulla Rivista Diocesana Milanese: “Non ci sono case! […] Veramente non ci sono, dicono, case per i poveri, per gli operai e per i semplici impiegati. Ci sono invece case a sufficienza per i ricchi […]. Ora, in nome della carità e della giustizia io oso lanciare un appello a quanti possono disporre del superfluo, banchieri, industriali, finanzieri milanesi e della diocesi, perché vogliano concorrere a quest’opera cristiana di costruire case per quanti ne sono privi.”

Le parole pronunciate da san Giovanni Paolo II ai pellegrini ambrosiani il giorno dopo la beatificazione del card. Schuster, avvenuta il 12 maggio 1996, sottolineano gli aspetti costanti e significativi del suo servizio pastorale:

“Il programma di san Benedetto "Ora, labora et noli contristari" può essere assunto come traccia per interpretare il suo lungo ministero episcopale a servizio del popolo ambrosiano.

"Ora", innanzitutto: la preghiera intensa, diffusa nella giornata, nutrita di respiro ecclesiale divenne il fondamento del suo instancabile ministero. Il popolo, vedendolo pregare, sentiva di trovarsi di fronte ad un santo.

L’altro punto del programma era il benedettino "labora": il Beato Alfredo Ildefonso volle che la sua vita fosse consumata dallo zelo pastorale, espresso in molteplici forme e modalità. Ricordo […] la partecipazione alla Santa Messa Capitolare della Cattedrale in ogni domenica e solennità; i cinque sinodi diocesani; il concilio provinciale nono; i sinodi minori, celebrati quasi ogni anno; i congressi eucaristici, mariani, catechistici, liturgici, delle Confraternite del Santissimo Sacramento e degli Oratori, vere testimonianze corali di fede; la celebrazione di particolari centenari, mezzo per appropriate catechesi; la presenza ovunque ci fosse da consolare o da portare aiuto, anche mediante concrete iniziative caritative ed assistenziali […]; la costruzione di parecchie nuove chiese, per le necessità religiose sempre crescenti del popolo di Dio.

Sostenitore convinto del ruolo formativo degli oratori e della necessità dell’insegnamento della dottrina cristiana, volle che lo stesso zelo pastorale animasse il clero ed i laici, soprattutto coloro che appartenevano all’Azione Cattolica, da lui difesa con fermezza da ogni tentativo di ingerenza politica. […]

Terzo elemento della sua spiritualità fu il "noli contristari": la gioia, la fiducia, la speranza, furono le componenti di un atteggiamento spirituale in lui così evidente da "contagiare" anche chi gli si avvicinava. Giunto al termine della sua laboriosa giornata terrena, scriveva ai giovani dell’Azione Cattolica: "Che dirvi, miei cari giovani, che già non vi ho detto? ... Dio ci benedica tutti e siate sempre ottimisti".

Tutta la sua vita si è consumata in un servizio generoso e totale, senza badare a stanchezza, senza cercare pause o vacanze, fino all’agosto 1954, quando, stanco e malato, accettò il consiglio dei medici di fermarsi per alcuni giorni. Scelse il seminario di Venegono per trascorrervi questo periodo di riposo.

Un passaggio dell’ultimo suo pensiero rivolto alla comunità del seminario dà l’idea della sua vita tutta tesa al rapporto con Dio per meglio essere al servizio dell’uomo:

“Altro ricordo non ho da darvi che un invito alla santità. La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità ancora crede, ancora si inginocchia e prega. La gente pare che viva ignara delle realtà soprannaturali, indifferente ai problemi della salvezza. Ma se un santo autentico, o vivo o morto, passa, tutti accorrono al suo passaggio”.

In questa sorta di testamento spirituale lasciato in punto di morte, che avvenne il 30 agosto 1954, c’è tutta l’essenza della santità di Alfredo Ildefonso Schuster, monaco nel cuore ancor prima che pastore di anime nella città di Milano, dove l’aveva condotto la volontà di Dio. E due giorni dopo queste parole, al corteo funebre che accompagnava la sua bara da Venegono a Milano, proprio tutti si sono uniti, accorrendo come si fa al passaggio di un Santo.

 

 

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