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Consolare il Cuore di Dio

“Solo gli uomini possono fare riparazione per gli uomini”

di Fr. Alessandro Rigon icms

Cari lettori, oggi vorrei soffermarmi a riflettere con voi su un tema molto importante per il nostro carisma, e tanto fruttuoso per il bene della Chiesa e delle anime che ne fanno parte. Desidero partire lasciandovi con la lettura di questo testo tratto dal libro “In Sinu Jesu”, da cui ho preso spunto. In esso, Gesù parla a un monaco benedettino:

“lo rimango sconosciuto. Vengo lasciato solo. Persino quelli che pretendono di professare il Mistero della Mia presenza reale nel Sacramento dell'altare Mi abbandonano. Sono trattato con una terribile indifferenza, con freddezza e con mancanza di rispetto che fa piangere gli angeli perché loro non possono offrirMi riparazione per la freddezza e indifferenza dei cuori umani. Solo gli uomini possono fare riparazione per gli uomini. Ciò che manca è la risposta amorevole del cuore umano al Mio Cuore Eucaristico, che è trafitto, è vivo, e palpita nel Sacramento dell'Altare. Solo un cuore umano può compiere riparazione per un cuore umano. Per questa ragione gli angeli sono addolorati”.

Ci sono parole che non si possono ascoltare senza che il cuore “tremi”. Parole che sembrano pronunciate proprio per noi, oggi, come un sussurro che attraversa il tempo. In “In Sinu Jesu”, Gesù apre il Suo Cuore e confida: «Io rimango sconosciuto. Vengo lasciato solo… Sono trattato con una terribile indifferenza, con freddezza e con mancanza di rispetto che fa piangere gli angeli». È come se il Signore ci mostrasse una ferita ancora aperta, un dolore che non è passato, un amore che continua a essere rifiutato. Eppure, in questo dolore c’è un mistero immenso: Gesù non accusa, non rimprovera. Chiama. Chiama proprio noi, con una tenerezza che disarma. Perché — come Egli stesso dice — «solo un cuore umano può compiere riparazione per un cuore umano».

Gli angeli adorano, ma non possono consolare al posto nostro. Il Cielo intero guarda la terra, aspettando un sì, un gesto, un cuore che risponda. Consolare il Cuore di Dio significa prima di tutto accorgerci della Sua solitudine. Quante volte il tabernacolo rimane solo, silenzioso, dimenticato. Eppure lì, nascosto in un frammento di pane, batte un Cuore vivo, un Cuore che palpita, che ama, che attende. Un Cuore che soffre quando non è amato. Un Cuore che spera in ogni momento, giorno e notte, che qualcuno si avvicini a Lui. Se si comprende questo e lo si pratica stando alla Sua presenza, lentamente, nasce in noi un desiderio nuovo: restare con Lui. Non per dovere, ma per amore. Restare anche solo un minuto, ma con tutto il cuore. Restare per dirgli: “Gesù, non voglio che tu sia solo”. E quel minuto diventa consolazione. Diventa balsamo. Diventa luce.

Consolare Dio significa anche offrire la nostra vita come riparazione. Un gesto di pazienza quando vorremmo reagire. Un perdono dato quando costa. Un sacrificio nascosto, offerto in silenzio. Ogni piccola cosa, se fatta per amore, diventa una carezza sul Cuore ferito di Cristo. Nulla è inutile. Nulla è troppo piccolo. Lo insegna bene un Dottore della Chiesa a me tanto caro, Santa Teresa di Lisieux: “Sì, Amato, la mia vita si consumerà così. Non ho altri mezzi per provarti il mio amore, se non gettar dei fiori, cioè non lasciar sfuggire alcun piccolo sacrificio, alcuna premura, alcuna parola, e profittare di tutte le cose piccole, e farlo per amore... Voglio soffrire per amore e perfino gioire per amore, così getterò fiori davanti al tuo trono” (Manoscritto B).

Ogni atto d’amore è una goccia di consolazione che scende nel Suo Cuore. E poi arriva il momento più dolce, il più sorprendente: quando scopriamo che mentre cerchiamo di consolare Lui, è Lui che consola noi. Davanti all’Eucaristia, il nostro cuore si scioglie, si apre, si lascia amare. Il Cuore di Gesù non chiede solo di essere amato: vuole riversare amore. Vuole guarire, purificare, trasformare. Vuole che il nostro cuore entri nel Suo “ritmo cardiaco”, nel Suo battito, per essere uno in Lui. E così, quasi senza accorgercene, la consolazione diventa incontro. L’incontro diventa abbandono. L’abbandono diventa comunione. E la comunione diventa consolazione reciproca: noi consoliamo Lui, e Lui consola noi.

In un mondo che corre, che dimentica, che non vede, noi possiamo essere coloro che restano. Coloro che scelgono di stare con Gesù. Coloro che non lo lasciano solo. Coloro che offrono un cuore che ascolta, che ama, che ripara. E allora la nostra vita diventa risposta. Diventa dono. Diventa consolazione. Diventa un piccolo sì che fa sorridere gli angeli e che dà gioia al Cuore di Dio.

 

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