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DESIDERARE DI ATTENDERE

di Mariastella Vanella

“Dai…”, mi è stato detto, “tra qualche giorno è Natale”. Come per dire che bisogna essere lieti, festosi, gioiosi. Gioire per cosa? Cosa accade di tanto bello per essere così festosi? La nascita di Cristo, come la storia ci dice, è di pochi giorni successiva al solstizio di inverno, il periodo più buio dell’anno. Se contestualizziamo il tutto ai nostri giorni, in tempo di pandemia, quando i rapporti umani sono messi a dura prova, la socializzazione quasi scomparsa, la tentazione di dire che c’è poco da gioire trova terreno fertile per affondare le radici del pessimismo.

Eppure, il nostro Dio vuole nascere nel momento più buio dell’esistenza, nella desolazione, nel deserto, nello smarrimento, quando non si sa dove sbattere la testa: ecco, proprio allora nasce il Nuovo.

Questo straordinario “evento”, che comunemente è indicato come “natale”, va preparato in un profondo silenzio, svuotando completamente il cuore da ogni zavorra. D’altra parte, se non si svuota, non si può riempire. Svuotare tutto per riempire di più: ogni vuoto è la possibilità di un pieno. Svuotare un recipiente usato fino a poco fa. Più il tuo recipiente sarà vuoto, più vino conterrà. Attendere, dunque, è svuotarsi dell’inutile per farsi trovare capaci di accogliere il necessario. Desiderare è allargare a più non posso il cuore, svuotare fino in fondo, cercare di fare più spazio possibile all’oggetto del desiderio. Quando il mio desiderio s’avvererà, più il mio contenitore è vuoto, più desiderio potrà contenere. Abbiamo bisogno di svuotarci dentro per far entrare questo evento imprevedibile: la nascita di Dio nel mondo, in questo mondo, nel nostro mondo, adesso! 

Dio nasce nudo, in una povera ed umile mangiatoia, nella più disarmante nudità. Dio ci salva dai nostri deliri di onnipotenza mostrandoci che, in realtà, Lui è piccolo e – come tutti i piccoli – desideroso di mettersi nelle mani di tutti e non di avere tutto nelle sue mani. Un tale evento, non ci può trovare impreparati, non all’altezza, inidonei.

È necessario prepararsi, aspettare.

Si sa, a nessuno piace attendere, sembra tempo perso. Ma è tutto un attendere: per vivere, per morire; per ritirare un documento che alla fine non è ancora pronto, perché l’impiegato di turno ha avuto altro da fare, altro a cui dedicare il suo tempo; per il turno in farmacia, dal medico; per ritirare la pensione; per dormire, per svegliarci; aspettiamo per sposarci e poi, per divorziare… (assurdo!); che piova e, quando piove, aspettare che smetta di piovere; per mangiare e poi, appena mangiato, aspettare per mangiare di nuovo. Certi giorni, vivere, assomiglia alla sosta nella sala d’attesa del dentista: dove, più le riviste sono noiose, più il nostro momento sembra non arrivare mai. Una volta, misi il Bambinello troppo presto nel presepe. La mia mamma lo tolse dicendomi che non era ancora tempo, “bisogna avere pazienza per gustare le cose!”. Per saltare l’attesa, preferivo farlo nascere prematuro invece che aspettare tutto quel tempo! I giorni precedenti il Natale – la novena se vogliamo dare un nome a questo tempo – rallenta il correre, è una sorta di freno-a-mano che modera la velocità.

Non resta che attendere, dunque. Lo conoscono bene le gestanti il significato profondo del verbo “attendere”! Attendere un figlio pone di fronte alla necessità dell’attesa, concretizza il non essere padrone di ogni evento che riguarda la vita, anzi di non esserlo neppure del proprio corpo: infatti, neanche la madre ha la possibilità di influire completamente sulla crescita del bimbo all’interno del suo ventre (e lo dice una che ha dovuto accorciare i tempi della gravidanza perché “la bimba ha smesso di nutrirsi”). Una gravidanza è sempre un evento al quale, persino la madre, diventa più spettatrice che protagonista, ma impara ad aspettare. L’attesa che aumenta il desiderio.

Saper tendere il cuore, come l’arciere tende la corda. Tendendo, mirando, fissando il bersaglio: aspettando l’ora esatta dell’evento.

Soffriamo di “troppa fretta”, troppo spesso cediamo nel tranello di accorciare i tempi, tutto urgente da fare per ieri. Tutti a correre e tutti ad arrivare, comunque, in ritardo. Allenarsi ad attendere, aiuta ad avere consapevolezza che vivere nell’attesa non ci fa sentire frecce sparate casualmente nello spazio cosmico, ma come dei puntini in fila che formano una retta, con un unico senso ed un’unica direzione.

Dio si è fatto uomo: un incontro che si rinnova nei secoli, che si perpetua.

Lo ha fatto per i primi cristiani, che aspettavano il Messia.

Per me che ho scarabocchiato queste quattro righe, per chi le leggerà, per chi non le leggerà mai.

Per chi aspetta un figlio, per chi non lo aspetta più.

Per chi è stanco di aspettare, per chi aspetta con speranza.

Per chi ha dilatato il suo cuore facendo spazio, per riempirlo.

Per chi dalla vita, ormai, non si aspetta più nulla.

Per ogni uomo, succede un evento straordinario: Dio si è fatto Uomo!

 

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