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GESÙ CRISTO UNICO MEDIATORE

“in atto di riparazione”

di Sr. M. Giacinta Magnanimi icms

Alla luce della Rivelazione del Nuovo Testamento e dell’evento della Passione, Morte e Risurrezione di Nostro Signore, acquistano pieno significato anche i sacrifici dell’Antico Testamento, prefigurazione della Pasqua cristiana. Nel Nuovo Testamento, infatti, la morte di Cristo viene esplicitamente presentata come sacrificio della Nuova Alleanza.

Non si può comprendere l’atto redentivo di Cristo se non a partire dalla logica dell’amore: donando liberamente il suo Figlio prediletto – come Vittima per la nostra salvezza – il Padre manifesta il massimo dell’amore per le sue creature, per di più peccatrici.

Gesù, abbracciando liberamente la sua Croce in nostro favore, risponde, a sua volta, con il massimo dell’amore nei confronti del Padre e nei nostri confronti. Egli fa suo l’amore redentivo del Padre: “Accogliendo nel suo cuore umano l’amore del Padre per gli uomini, Gesù «li amò sino alla fine» (Gv 13,1) «perché nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Così nella sofferenza e nella morte, la sua umanità è diventata lo strumento libero e perfetto del suo amore divino che vuole la salvezza degli uomini. Infatti, egli ha liberamente accettato la passione e la sua morte per amore del Padre suo e degli uomini che il Padre vuole salvare: «Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso» (Gv 10,18)” (CCC 609).      

L’origine prima della riconciliazione e della riparazione del peccato risiede, quindi, nel Cuore di Dio: “in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). Gesù viene a noi come Mediatore, non per placare il Padre, ma per portare l’offerta di pace del Padre e offrirla a nome del Padre stesso, Misericordioso.

Tutto questo rivela l’amore di Dio che è Misericordia, una Misericordia che ha un nome e un volto umano: Gesù di Nazaret.

È quanto afferma il Papa Giovanni Paolo II nella sua prima Lettera Enciclica Redemptor hominis: “Questa rivelazione dell’amore viene anche definita misericordia, e tale rivelazione dell’amore e della misericordia ha nella storia dell’uomo una forma e un nome: si chiama Gesù Cristo”.

In questo senso si nota un cambiamento e un progresso tra l’Antico e il Nuovo Testamento: mentre, infatti, nell’Antica Alleanza il punto di partenza era segnato principalmente dal peccato degli uomini e dalla giustizia di Dio, nel Nuovo si fonda invece sulla Misericordia e sull’amore. 

Certamente l’amore di Gesù ha il suo culmine nella Passione e nella Morte; ma, guardando la vita di Gesù, è evidente come sia tutta, istante per istante, un dono totale di sé al Padre. Allo stesso tempo, Gesù mostra in ogni istante della sua esistenza terrena l’amore verso gli uomini. I Sinottici mettono in luce la tenerezza di Gesù per i suoi discepoli, la sua generosa bontà per i sofferenti e per la folla stanca ed affamata che Lo seguiva, la misericordia verso i pubblicani e i peccatori.

Nel corso dei secoli sono state date molte interpretazioni al mistero della Croce; alcune si sono concentrate sulla giustizia di Dio, ritenendo che Dio non avrebbe potuto offrire il suo perdono se non fosse prima intervenuta un’adeguata riparazione. Tali concezioni vedono in Dio un giudice, non un Padre che ama, ricco di misericordia.

Il Santo Padre Benedetto XVI, nella seconda parte del libro “Gesù di Nazaret”, così spiega il mistero della Croce, nel quale l’amore di Dio “giustifica” il peccato:

Non è che da un Dio crudele venga richiesto qualcosa di infinito. È proprio il contrario: Dio stesso si pone come luogo di riconciliazione e, nel suo Figlio, prende la sofferenza su di sé. Dio stesso introduce nel mondo come dono la sua infinita purezza. Dio stesso “beve il calice” di tutto ciò che è terribile e ristabilisce così il diritto mediante la grandezza del suo amore, che attraverso la sofferenza trasforma il buio”.

 

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