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Il Crocifisso di San Marcello al Corso

Il silenzio scolpito da Jacopo Sansovino

di Vincenzo Saddò

Nel panorama della scultura devozionale del primo Cinquecento romano, il Crocifisso conservato nella chiesa di San Marcello al Corso occupa un posto del tutto particolare. L’opera, tradizionalmente attribuita a Jacopo Sansovino, rappresenta uno degli esempi più significativi di crocifisso ligneo rinascimentale a Roma, non solo per la qualità formale ma anche per la straordinaria continuità della sua venerazione nei secoli.

Situata lungo la centrale Via del Corso, la Chiesa custodisce, infatti, un’immagine che ha attraversato momenti cruciali della storia della città, assumendo progressivamente il ruolo di simbolo spirituale per la comunità romana.

La scultura nasce nel pieno del Rinascimento, quando l’arte italiana cercava l’armonia del corpo umano e la perfezione delle forme: in quegli anni Roma era attraversata da una stagione artistica straordinariamente feconda. L’arrivo di artisti provenienti da tutta la penisola contribuì alla formazione di un linguaggio figurativo che univa l’eredità classica alla nuova sensibilità umanistica.

Sansovino, nella sua opera, riflette pienamente questo clima culturale. La figura di Cristo è costruita secondo una concezione anatomica equilibrata e naturalistica: il corpo, pur segnato dalla sofferenza, mantiene una compostezza formale che richiama l’ideale rinascimentale di armonia. La torsione del busto, il delicato abbassarsi del capo e la distribuzione del peso sulle braccia rivelano una conoscenza attenta della scultura classica e della tradizione fiorentina del crocifisso ligneo.

La diffusione devozionale dell’immagine è legata a un episodio che segnò profondamente la memoria collettiva della città.

Nel 1519 un incendio devastò quasi completamente la chiesa di San Marcello. Tra le macerie annerite, il Crocifisso fu ritrovato miracolosamente intatto. Questo evento venne interpretato come un segno provvidenziale e diede origine a una venerazione popolare sempre più intensa.

Da quel momento la scultura cessò di essere soltanto un simbolo liturgico per diventare una vera e propria immagine taumaturgica, legata alla protezione della città.

La dimensione pubblica del culto si manifestò in modo particolarmente evidente durante l’epidemia di peste che colpì Roma nel 1522.

In quell’occasione, il Crocifisso venne portato in processione per le strade della città per sedici giorni consecutivi. Il percorso attraversò diversi quartieri e coinvolse un numero crescente di fedeli, trasformando la processione in un grande atto collettivo di supplica.

Le cronache dell’epoca riferiscono che, al termine della processione, l’epidemia iniziò progressivamente a diminuire. Questo episodio consolidò definitivamente il legame tra l’immagine e l’idea di protezione divina nei momenti di crisi.

La forza simbolica del Crocifisso di San Marcello è riemersa in modo particolarmente significativo anche recentemente.

Tutti noi abbiamo nella memoria la data del 27 marzo 2020 quando - forse il momento più drammatico della diffusione globale del COVID-19 -, in quel giorno, l’immagine fu portata in Piazza San Pietro per una straordinaria celebrazione di preghiera presieduta da Papa Francesco.

La piazza, deserta a causa delle restrizioni sanitarie, divenne teatro di una delle immagini più emblematiche di quel periodo: il pontefice in preghiera sotto la pioggia davanti al Crocifisso e all’icona mariana della Salus Populi Romani.

L’evento, trasmesso in diretta in tutto il mondo, riportò al centro dell’attenzione internazionale una scultura che da secoli accompagna i momenti più difficili della storia della città.

Dal punto di vista storico-artistico, il Crocifisso di San Marcello rappresenta un caso particolarmente interessante di intersezione tra valore estetico e funzione devozionale.

Se la critica riconosce nella scultura una qualità formale pienamente rinascimentale, evidente nella compostezza della figura e nella ricerca di equilibrio anatomico, la sua identità culturale è inseparabile dalla storia della sua venerazione.

La forza dell’immagine non risiede soltanto nella maestria scultorea, ma nella capacità di incarnare una memoria collettiva che attraversa cinque secoli di storia.

Per questo motivo il Crocifisso di San Marcello al Corso non può essere interpretato esclusivamente come un’opera d’arte: esso rappresenta piuttosto un raro esempio di continuità tra creazione artistica, devozione popolare e identità urbana, capace ancora oggi di parlare alla sensibilità contemporanea.

 

 

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