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Il servizio della CARITÀ

di Marilena Pilati - I° parte

Anni fa ebbi modo di seguire una conferenza del Prof. Giuseppe Noia, che parlò della difesa della vita dei concepiti in maniera davvero speciale: ricordo che il tempo passò senza accorgersene e che in molti ci siamo commossi davanti alle immagini tenerissime ed al racconto di storie strazianti ma meravigliose. Quando, poi, il professore ha parlato dei bambini malformati o disabili e del fatto che ora molti di questi vengono abortiti anche se hanno problemi curabili ed operabili, mi sono passati davanti agli occhi i tanti bambini e ragazzi in difficoltà che ho conosciuto nella mia lunga carriera di assistente educatrice. Probabilmente, se venissero concepiti ora, molti di essi sarebbero eliminati, perché il pensiero comune è che la qualità della loro vita è tale da non meritare di essere vissuta. Ma loro sono pieni di gioia di vivere e sono felici di essere al mondo, ne ho avuto più volte la prova, anche se hanno problemi fisici che richiedono cure continue e dolorose.

 

La voglia di vivere a tutti i costi

Ho lavorato tanti anni con Chiara, che ho seguito dalla quarta elementare fino alla maturità. Era una splendida bambina bionda, bella come un angelo, intelligente e forte come una roccia, sensibile, dolce, ironica, affetta da spina bifida. A 8 anni ha subito l’amputazione delle gambine per poter utilizzare due arti artificiali e spostarsi autonomamente con l’aiuto delle stampelle. A 15 anni ha iniziato a sottoporsi a dialisi: questo voleva dire recarsi in ospedale tre volte in settimana e rimanervi 4-5 ore. Ebbene, lei era sempre contenta. Faceva pochissime assenze a scuola, era sempre gentile e non faceva assolutamente pesare a nessuno i suoi problemi, neanche a me che ero lì per lei. Un giorno, parlandomi di una sua cugina che era depressa e le aveva detto di voler morire mi disse: “Quella sciocca! Se dovesse fare tutta la fatica che faccio io per vivere, non penserebbe a morire!” Finita la scuola, grazie alla sua grande forza di volontà ed all’aiuto dei suoi genitori, era riuscita anche ad avviare una sua attività, gestendo un piccolo studio di grafica. Ebbene, la mamma mi ha raccontato che spesso c’erano delle persone che sentivano il bisogno di passare a salutare Chiara, perché fare quattro chiacchiere con lei aiutava molto a “tirarsi su il morale”.

Chiara è morta a 33 anni, improvvisamente, per una polmonite. Il suo funerale è stato una festa! La sua mamma ora fa volontariato in un centro per disabili perché, mi ha detto, “Tu non sai quanto io ho bisogno di questi ragazzi per andare avanti!”.

 

Il desiderio di imparare come tutti gli altri

Ho seguito a lungo anche Francesco, affetto da tetraparesi spastica. Nato prematuro in seguito ad un distacco di placenta, ha avuto un danno cerebrale ma è un ragazzo amabile, sensibile, allegro, che ama stare con gli altri. Ha una grandissima voglia di vivere, nonostante non abbia alcuna autonomia motoria e sia anche ipovedente. È un ragazzo che sta sulla sedia a rotelle e che ha bisogno costantemente di qualcuno che lo aiuti negli spostamenti ed in tutto il resto: dal mangiare, alla cura della persona.

Amava molto venire a scuola e ce la metteva tutta per imparare. Nonostante le sue molte difficoltà, imparò a leggere ancora in prima elementare, con grandissima soddisfazione prima di tutto per lui, ma anche per i genitori e per noi che ci lavoravamo. Crescendo ha dovuto subire anche lui diversi interventi chirurgici per l’allungamento dei tendini delle gambe e per la lussazione delle anche, ma questo non gli ha tolto la gioia di vivere: quando vado a trovarlo parliamo del tempo trascorso a scuola, dei fatti divertenti che sono accaduti e anche di quelli meno divertenti e dei nostri ricordi comuni. È un ragazzo che ama seguire l’attualità e lo sport e col quale è piacevole conversare! È molto amato e ben curato dalla sua famiglia.

 

L’anima dei piccoli contiene la Sapienza di Dio!

Ricordo con affetto anche Raffaella, una ragazzina di 11 anni con la quale ho lavorato per un anno scolastico in una scuola di montagna.

È stata la mia prima esperienza di lavoro con i disabili ed è stata veramente difficile, perché questa bambina era veramente “terribile”: con un ritardo mentale grave, aggressiva (dava calci, pugni, graffiava, mordeva, sputava) ed autolesionista (si mordeva le mani fino a farle sanguinare e batteva la testa contro il muro), non era facile costruire un rapporto con lei, perché metteva in crisi le persone che le si avvicinavano. Dopo i primi giorni veramente avvilenti, ho trovato la strategia per entrare in relazione con lei e sono riuscita a farmi accettare. Come sempre, anche con i disabili gravi, quello che serve nell’educazione è il far rispettare poche e semplici regole con fermezza e autorevolezza, senza sconti: questo dà loro molta sicurezza! Loro sono aggressivi non per cattiveria, ma perché non conoscono altri modi per manifestare il loro disagio e la loro ansia provocata da persone che non conoscono e da situazioni nuove.

Quello che mi stupì molto di Raffaella e che mi fece riflettere (e ogni tanto ci penso ancora) furono le parole che disse e che ripeteva ogni tanto, dopo essersi comportata male ed essere stata sgridata: “È stata cattiva, va a confessarsi. Chiede perdono a Gesù!”. Lei, che parlava in terza persona, come succede ai gravissimi, che non ha mai imparato a leggere e scrivere, capiva cos’è il bene e il male, e sapeva che doveva chiedere perdono al Signore. Certo, questo le era stato insegnato dalla sua splendida mamma affidataria che, da sola, l’aveva cresciuta, dopo che era stata abbandonata dalla sua povera famiglia. Ma le sono state insegnate anche tante altre cose, che non ha mai imparato. E allora ho pensato che davvero l’anima dei bambini ha la sapienza data da Dio e questa emerge anche se c’è poca intelligenza.

 

(continua)

 

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