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Il sottoscala della santità

Due postille sulla vocazione

di padre Davide Gilioli, icms

(estratto dal MARIA DI FATIMA - n°7, Novembre 2020)

Arriva novembre e, come da tradizione, il Maria di Fatima è pronto a consegnare alle vostre case, cucine, studi, pareti e scrivanie, il nuovo Calendario della FCIM.
Una riflessione, a mo’ di introduzione sui giorni nuovi che ci attendono.

 

Roma stupisce. Sempre.
Anche in un banalissimo sabato pomeriggio quando, durante una rara passeggiata sull’Aventino, capita di entrare in una qualsiasi delle sue Basiliche, pronte ancora una volta -attraverso i secoli e le opere d’arte e i pontefici e i marmi e i martiri- a sorprendere chiunque in esse si reca. La Basilica in questione è quella dei santi Bonifacio e Alessio: una chiesa affascinante, ma un po’… particolare. Nel senso che entri e ci sta un pozzo ottagonale del V secolo. Così, a ¾ della chiesa. “Ma cosa…” manco il tempo di finire il pensiero che noti sbucare, dalla parete di sinistra, pezzi di una antica scala a muro. Per la precisione, nove gradini, incastonati in un reliquiario monumentale di vetro e legno dorato, e, sotto di essi, angeli in marmo a circondare una statua di s. Alessio morente. Ma quale capolavoro di santità avrà mai fatto Dio con quest’uomo, posto lì in quel sottoscala?

Siamo nel V secolo, Alessio è un figlio della nobiltà romano. Al 17° anno di età si ritrova ad affrontare un matrimonio più che mai vantaggioso, messogli in piedi dal padre. Ovviamente in quegli anni la questione non si discute, prendi la moglie e portala a casa.

Solo che Alessio nel cuore aveva altro. Un amore ardente, una scelta già fatta: Dio. E lascia tutto: addio promessa sposa, addio casa vista Tevere alle porte di Roma, addio agi di famiglia. E parte, fino ad arrivare davvero lontano, in Siria. Lì, sconosciuto da tutti e privo di tutto, trova i presupposti migliori per iniziare offrire la sua esistenza al Signore, nel silenzio e nel nascondimento.

Però la sua scelta fa scalpore, la sua vita attira e tanti -troppi- vogliono condividere la sua esperienza. Si ritrova, così, una popolarità immensa e l’addio -questa volta- sembra vada detto alla solitudine. Decide allora di rientrare a Roma e poi ripartire, magari questa volta puntando al nord-Europa.

Così, dopo 17 anni, si ripresenta sull’Aventino. Solo che, varcando l’ingresso di casa sua… “Toh! Ecco un altro pellegrino arrivare a Roma; vieni, c’è posto! Fermati da noi, troverai alloggio e anche un po’ di cibo”. Non lo riconoscono. Il suo è un volto cambiato, segnato dalla penitenza e dalla vita nuova vissuta. E il padre non vede più nei suoi occhi quelli del figlio, e i servi non sentono più nella sua voce quella del signore di casa.

Sgomento? No, una risposta. Alessio cercava una vita nascosta in Dio. Eccola, l’aveva trovata. Proprio lì nella casa paterna, dove tutto era partito. Gli viene dato un piccolo spazio dove dormire (il sottoscala) e qualche piccolo servizio da compiere (attingere l’acqua al pozzo della casa). Lì si ferma, lì vive i suoi ultimi anni. Nascosto, per Dio. Al momento della sua morte, teneva stretto in meno un pezzo di carta che nessuno, però, riusciva a togliere dalle sue fredde mani. Nessuno, tranne il Papa, che lesse al padre e ai servi attoniti, il capolavoro che Dio aveva realizzato in un sottoscala.

 

C’è sempre da convertirsi, da recuperare e tenere stretto quel desiderio di santità che mi ha portato a donare la mia vita alla mia sposa, a buttarmi in questo servizio, a consacrarmi a Dio. E in quel tornare all’origine, in quel rinnovarsi ancora, riscoprire la pienezza della mia vocazione.

 

E a noi, cosa ci lascia quel sottoscala per i giorni nuovi che ci attendono?

1) Rinnovarsi sempre. Non basta una scelta definitiva e abbiamo risolto la nostra vita. Tutto non finisce trovando il nostro “per sempre”. Semmai inizia. S. Alessio era a posto, ma l’esperienza di vita che lo attraversa lo obbliga a ricominciare. Perché c’è sempre da convertirsi. Da recuperare e tenere stretto quel desiderio di santità che mi ha portato a donare la mia vita alla mia sposa, a buttarmi in questo servizio, a consacrarmi a Dio. E in quel tornare all’origine, in quel rinnovarmi ancora, trovo la pienezza della mia vocazione.

2)Tenere gli occhi aperti, perché la vocazione ci si rivela. Nel non essere riconosciuto dai suoi, s. Alessio riscopre la chiamata alla solitudine. La vocazione parte da un’intuizione grande che Dio fa scattare nel nostro cuore, ma si completa con gli avvenimenti che ci sono offerti, si svela nella maniera gratuita e inaspettata della quotidianità.

Il calendario che vi offriamo quest’anno vuole essere un semplice aiuto per riscoprire la chiamata del Signore alla FCIM, riprendendo in mano, mese dopo mese, l’essenza del nostro Carisma. Un aiuto per meditarlo e per tornare all’origine, per poter così essere pronti, poi, a riconoscere e completare la nostra vocazione giorno per giorno.

 

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