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IL VALORE DEL PUDORE

“HO AVUTO PAURA, PERCHÉ SONO NUDO E MI SONO NASCOSTO”
(Gen 3,11)


A cura delle Serve del Cuore Immacolato di Maria


"Allora Dio il SIGNORE fece cadere un profondo sonno sull'uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui e richiuse la carne al posto d'essa. Dio il SIGNORE, con la costola che aveva tolta all'uomo, formò una donna e la condusse all'uomo. L'uomo disse: «Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall'uomo»” (Gen 2,21-25). Quanto è bello leggere dello stupore, pieno di gratitudine, con cui il primo uomo, Adamo, accoglie il "dono” che Dio gli fa di "un aiuto che gli corrisponda”, perché "non è bene che l’uomo sia solo”. Commentando questa espressione biblica, così si esprime l’Amoris Lætitia: “L’espressione originale ebraica ci rimanda a una relazione diretta, quasi ‘frontale’ – gli occhi negli occhi – in un dialogo anche tacito, perché nell’amore i silenzi sono spesso più eloquenti delle parole. È l’incontro con un volto, un ‘tu’ che riflette l’amore divino ed è «il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio» (Sir 36,26), come dice un saggio biblico” (AL 12). Ed è interessante leggere, nel racconto della Bibbia, come, questo primo sguardo tra i due sia colmo di innocenza e purezza: “L'uomo e sua moglie erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna”. Ma cosa succede con il peccato originale? “Il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?»” (Gen 3, 9-11). Cos’è cambiato nel modo di “guardarsi” tra l’uomo e la donna, che, ora, li fa accorgere di essere “nudi” e fa’ loro provare “paura”? Ma, ancora prima, cos’è successo al loro cuore? È la “concupiscenza della carne”, quella ferita che ha lasciato in ciascuno di noi il peccato originale e che ci porta a “vedere” nell’altro/a, più che una persona-soggetto da amare, un oggetto da desiderare e possedere. E la risposta naturale, spontanea che nasce nel cuore di noi, proprio perché rimaniamo, comunque, consapevoli della dignità e preziosità della nostra persona, unità di spirito e di corpo, è il senso del “pudore”. Ma che cos’è il pudore? È chiaro che non è da confondersi con la “vergogna”. No, il pudore è connesso al senso della propria dignità e identità. Ecco come si esprime Monique Selz, psicoanalista e psichiatra francese: “In una società come la nostra, in cui l’occhio dell’altro, nelle infinite e multiformi accezioni, è portato ad intrufolarsi ovunque, trovando dall’altra parte altrettanta disponibilità alla esibizione. In una società come la nostra in cui il bisogno di possesso di beni materiali non trova quasi confine con la “fame” di possedere l’altro come oggetto. Il pudore sarebbe proprio una delle garanzie che noi abbiamo di libertà nei confronti dell’ “altro” che con il suo “sguardo” ci forza in continuazione, ci forza ad una difesa. Il pudore allora si dimostra una difesa indispensabile, affatto patologica, della nostra intimità, individualità e sovranità. Il pudore come sentimento contro la trasparenza voluta a tutti i costi, contro il “pubblico” imposto a suon di medialità; il pudore quasi baluardo contro l’illusione della logica imperante del “tutto è possibile”. Sembra che “tutto sia lecito” sul corpo dell’altro, e questa logica -afferma la Selz- ha portato all’imperativo del piacere ad ogni costo e della esibizione dei corpi. Dire che non c’è niente da nascondere, significa immediatamente affermare che qualcosa è nascosto, e tale rimane. Ed è l’inaccessibilità di questo qualcosa a motivare il bisogno di spingere più oltre i limiti del vedere e del mostrare”. I limiti del “fare” sul corpo dell’altro, oltrepassando la soglia del pudore che l’altro sempre immancabilmente e umanamente erige. Ognuno di noi ha molto da nascondere ed è anche bene che diventi esperto nel nasconderlo: ne va della sua identità. Non tanto per reticenza o per “gelosia delle proprie cose”, quanto per saper essere solo con se stesso. Il pudore finisce allora per identificarsi nella intimità, nella irripetibilità, nella originalità del soggetto, proprio quando lui in esso si ritira. Il pudore come limite dentro al quale noi abitiamo e diventiamo unici e irripetibili per l’altro che con noi ha relazione”. Ed è interessante, in questo senso, notare come, già nei bambini nasca spontaneamente, quando iniziano a prendere coscienza della loro identità psicocorporea diversa e differenziata rispetto a quella degli altri, il senso del pudore. Ecco perché, secondo lo psicologo Gilberto Gobbi, "se tutti gli altri sentimenti del figlio vanno rispettati, a maggior ragione il senso del pudore, che ha radici nel profondo dell’intimità psicoaffettiva e psicosessuale. Il bambino e la bambina imparano a rispettare il proprio corpo e quello degli altri, e a richiederne il rispetto, in tanto quanto le figure genitoriali ed educative saranno delicati nei confronti dei suoi sentimenti. Si mettono le basi dell’accettazione della propria corporeità, dell’immagine positiva di sé, dell’acquisizione di un giusto senso e significato del proprio corpo”.
Tocca a voi, allora, cari genitori, “custodire” i vostri figli, anche difendendoli da discorsi, manifesti, pubblicità, mode, programmi televisivi o strumenti mediatici che possano anche minimamente ledere la loro innocenza e la loro purezza. Se noi adulti faremo di tutto per “custodirli”, anche loro impareranno che la loro persona, il loro “corpo” è prezioso e va custodito e impareranno, a loro volta, a rispettare e “custodire” le persone che hanno accanto per imparare ad amare veramente. E se la Madonna, alla piccola Giacinta di Fatima, nel 1919, disse: “Verranno certe mode che offenderanno Dio”, lo ha detto sì perché i centimetri in più o in meno di stoffa che si portano addosso sono ormai ridotti al minimo e si è scaduti nell’indecenza, ma soprattutto perché degradano, queste mode, la dignità e la preziosità della persona, fatta “a immagine e somiglianza di Dio”, tanto più quando questa persona è un bambino o una bambina.

"Velando il resto del corpo, il vestito permette il dispiegarsi della parola, la quale può denudare fino al cuore. Esso (il vestito) mantiene la distanza, al fine di permettere che avvenga il vero incontro”.
(Fabrice Hadjadji, La mistica della carne).

 

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