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L'ULTIMA CENA

Beati gli invitati alla cena dell'Agnello

di Suor M. Stella Sgarra icms

Tra il trionfo di Gesù nei miracoli di Cana e di Betania e il suo totale annientamento sulla croce, si pone la scena dell’ultima cena, in un clima non rumoroso di festa e nemmeno di tragico addio, o almeno non per i discepoli, che ancora non immaginavano ciò a cui, di lì a poco, avrebbero assistito. La cena si svolge così nella serena pace della sera, nel momento in cui la famiglia si raduna attorno alla mensa per condividere il pasto dopo una giornata di lavoro e dispersione. Lo sguardo di Gesù, sempre attento ai suoi amici, li penetra ognuno nel suo intimo, ne scruta i pensieri, i sentimenti, le preoccupazioni, i progetti e le aspettative. Vede l’entusiasmo del suo buon Pietro, ne prevede il rinnegamento sull’ondata della paura, ma anche le lacrime, il sangue e l'amore con cui, un giorno, gli darà testimonianza. Vede il discepolo che ama, Giovanni, sostare con la Madre addolorata sotto la croce e raccogliere il suo testamento spirituale. Vede Giuda, il ladro, il traditore, disperarsi e perdersi per aver consegnato l’Innocente. Uno sguardo, quello di Gesù, che nei suoi Apostoli accarezza l’umanità intera, un’umanità debole, peccatrice, capace di tanto bene, ma anche di tanto male se abbandonata.

Quella sera, attorno alla mensa dell’ultima cena, c’eravamo anche tutti noi, e Gesù, profondamente consapevole di quanto c’è in ogni cuore, si donava nell’Eucaristia. Non guardava solo i buoni, i puri, gli innocenti, ma anche e forse soprattutto i cattivi, i malvagi, i malati nello spirito… Ad essi si dona come farmaco, ai deboli come fortezza, ai poveri come ricchezza, ai forti come dolcezza. Si dona, Gesù, perché non può sopportare che ad alcuno manchi la sua mano sempre tesa e pronta a rialzarlo e ad accompagnarlo.

In quella Cena, Gesù riversava tutto il suo amore nel meraviglioso sacramento dell’Eucaristia, perché la sua Chiesa ritrovasse sempre, nei secoli, la dolcezza della comunione fraterna attorno al suo altare, perché i fratelli tornassero a guardarsi col suo stesso sguardo di amore, ricevendo in sè il mistero del suo Corpo e del suo Sangue.

Mentre contempliamo la struggente dolcezza dello sguardo di Gesù che si prepara all’estremo sacrificio di sé, non solo nel consegnarsi alle mani dei carnefici, ma anche nel separarsi dai suoi amatissimi discepoli, quegli amici intimi e cari ai quali aveva già dato tutto quello che aveva nel Cuore, sentiamoci anche noi seduti a quella mensa, avvolti dal Suo amore che vuole guarirci dalle nostre miserie, infedeltà, dai nostri rinnegamenti e paure. Restiamo nella luce soffusa in cui vediamo immersi Giovanni, Pietro, Giacomo, Simone, Taddeo…, lasciando il buio del peccato e della tristezza, dove Giuda ha scelto di stare, il mondo coi suoi compromessi, con le sue corruzioni e seduzioni che mai possono saziare il cuore dell’uomo. Torneremo alla mensa eucaristica, celebrata e adorata, con questa immagine semplice e tanto bella dell’Ultima Cena nel cuore, non più come spettatori che contemplano commossi un evento avvenuto tanti secoli fa, ma come i beati invitati alla Cena dell’Agnello.  

 tratto da www.operamontignoso.it

 

 

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