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La conversione di SAN PAOLO

Grazie al Caravaggio…

di Fratel Paolo Li Calzi icms

Grazie al Caravaggio, siamo tutti convinti che San Paolo sia caduto da cavallo e, anche se questo particolare ha la valenza biblica della mela di Adamo (frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male), questo è molto plausibile. Non voglio accennare, per l’ennesima volta, come Gesù si identifichi con la sua Chiesa, dicendo: “Saulo, Saulo perché mi perseguiti”; e neppure giustificare come Saulo riconosca subito Gesù, chiamandolo “Cristo”. Vorrei piuttosto provare a capire come un uomo possa cambiare, restando profondamente se stesso. Come possa trovare la propria strada, al di fuori di ogni suo desiderio e immaginazione. Come la felicità sia un dono… come tutto sia grazia.

Questione pedagogica

Prima di tutto, Saulo non era per niente un cattivo uomo: non solo non uccise nessuno, neppure santo Stefano, di cui approvava la condanna. Ma era proprio un bravissimo ebreo, uno di quelli che credono al 100%: uno “convinto”. Dio lo scelse, non gli tolse lo zelo, non gli tolse il coraggio e neppure il parlare franco. Ma la pedagogia di Dio è così diversa dalla nostra! Per convincere un uomo come Saulo noi avremmo mostrato i passi scritturistici, o magari intavolato qualche fine ragionamento. E invece Gesù, dopo averlo accecato e rimproverato aspramente “gli mostrerà quanto dovrà soffrire per il Suo Nome” (cfr. At 9,16). Non ci è dato sapere che cosa il Signore gli abbia detto in quel momento: sappiamo, però, quello che Saulo ha vissuto negli anni successivi, direttamente dalla voce dell’interessato:

“Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità”. (2Cor 11,24-27)

E questo solo fino al 54/55, mentre si trovava a Efeso; vanno poi aggiunti: l’incarcerazione a Cesarea e poi a Roma; l’appello a Cesare; il viaggio per Roma; con il naufragio di Malta; i 16.500 km che percorse solo per spostarsi da una città all’altra e tutte le pene dell’anima di un uomo che si reputava un aborto e che stava cercando di amare Dio in modo così unico.

La spinta

Magari Gesù non fu così dettagliato (o forse sì), ma sicuramente non gli ha fatto vedere palazzi e poltrone. Che cosa ha spinto, allora, un uomo a rinunciare a tutto, per avere in cambio questo?

Quello che, da lui in poi, avrebbe spinto centinaia, migliaia di uomini e donne a lasciare la propria patria e la propria famiglia, a percorrere km su km, a non cercare comodità o consolazioni, a rischiare la vita per annunciare Cristo Crocifisso. Io non lo so spiegare a parole, ma S. Paolo è riuscito a viverlo e a sintetizzarlo nelle parole:

MIHI VIVERE CHRISTUS EST ET MORI LUCRUM

- “Per me vivere è Cristo e morire è un guadagno” -

 

 

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