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La donna e la “VOCAZIONE FEMMINILE” - II° parte

La vocazione originaria di ogni donna è quella di essere sposa e madre: su di essa si basa la femminilità

di Suor M. Caterina Gatti icms

Maria Santissima, modello eminente di femminilità.

Edith Stein indica come modello di donna, nello sviluppo più genuino delle qualità femminili, la Vergine Immacolata: “Al centro della sua vita sta suo figlio. Ella attende la sua nascita in beata serenità, protegge la sua fanciullezza, lo segue nella sua via, vicino o lontano, come egli desidera; lo sorregge morto fra le sue braccia; esegue il suo testamento dopo la sua dipartita. Ma tutto ciò ella lo compie non come cosa propria: è l’ancella del Signore e adempie ciò cui da Dio è stata chiamata. Perciò non considera il fanciullo come sua proprietà: lo ha ricevuto dalle mani di Dio, nelle mani di Dio lo restituisce quando lo offre come vittima al tempio, quando lo accompagna al sacrificio della croce” (da La donna). La Stein conclude questa analisi della figura di Maria Immacolata sottolineando come in Lei risaltino, nei confronti del Figlio, “fedele protezione, cura ed educazione dei talenti concessigli da Dio” e, inoltre, “completo dono di sé e prontezza a ritirarsi in silenzio quando di lei non v’è bisogno”. La motivazione profonda di tutto questo è la convinzione, da parte della Madonna, che la maternità è una vocazione che viene da Dio e che, dunque, deve compiersi per amore di Dio e sotto la Sua guida.

A questo punto viene da chiedersi: come giungere a tale sviluppo genuino delle caratteristiche femminili, dal momento che, a causa della natura decaduta, nella donna vi sono delle forze violente che si oppongono a tale sviluppo? La Stein indica un buon mezzo naturale: il lavoro sistematico e positivo, che esige la limitazione dell’esagerato interesse per le cose personali, che elimina ogni superficialità, che esige la subordinazione a norme oggettive. Ma ella ricorda anche che non basta “domare”, se così si può dire, la natura umana con mezzi puramente educativi: infatti “solamente la forza della grazia può veramente sradicare e rinnovare dal profondo la natura decaduta, e non solo travestirla esteriormente”.

 

La “vocazione femminile”.

Edith Stein sostiene che la natura della donna – come abbiamo detto, decaduta a causa del peccato originale – può ritornare alla purezza originaria solamente se la donna si dona tutta a Dio. Con questo la filosofa tedesca non intende dire che è necessaria la consacrazione totale a Dio, altrimenti questo pieno sviluppo della femminilità e il risollevarsi della natura decaduta alla sua purezza sarebbero del tutto preclusi alle donne sposate o comunque non consacrate a Dio. La Stein intende invece affermare che, ovunque, a qualsiasi vocazione ella sia chiamata, la donna dev’essere “la serva del Signore”, sull’esempio di Maria Santissima: “Ogni donna sia una copia della madre di Dio, sia una sposa di Cristo, sia un apostolo del Cuore divino; tutte allora corrisponderanno appieno alla loro vocazione femminile, indipendentemente dalle circostanze e dall’attività esteriore in cui hanno da realizzare il grande compito della loro vita”. Esiste dunque questa chiamata generale – al di là della chiamata particolare (al matrimonio, alla vita consacrata) – che riguarda proprio la femminilità, e che la Stein indica come “vocazione femminile”.

Ancora meglio: la natura femminile è basata sulla “vocazione originaria”, che è quella di essere sposa e madre; vocazione che, però, non si limita ai confini del matrimonio o alla generazione fisica dei figli, ma che si estende a tutti gli esseri umani che entrano nell’orizzonte della donna, nel “raggio della sua azione” (cfr. Mulieris Dignitatem, 21). Ecco perché la “vocazione femminile” non è in contrasto con l’eventuale chiamata alla verginità consacrata: si è sempre e comunque spose – in questo caso, di Cristo – e madri. Anche la Sacra Scrittura avvalora questo: se da un lato l’Antico Testamento (cfr. Gn 1 e Gn 2) indica come via di realizzazione personale per l’uomo e per la donna il matrimonio, occorre però ricordare che nel Nuovo Testamento Gesù stesso inaugura la via del celibato: viene, quindi, messo in luce l’ideale della verginità.

Per realizzare la vocazione femminile, Edith Stein indica come forza propulsiva la vita divina, la quale viene accolta nell’anima grazie alla forza della grazia, che permette anche alla natura di essere innalzata, di guarire dalle ferite del peccato. Chiaramente, la vita divina si mantiene in sé col ricorso ai sacramenti, e all’Eucaristia in particolare: “Perché infatti la vita di una donna sia intimamente modellata dall’amore divino, è necessario che sia una vita eucaristica. Dimenticare sé stessa, liberarsi da tutti i propri desideri e pretese, avere un cuore pronto per tutti i bisogni e le necessità altrui… ciò può avverarsi solo se si è in confidente rapporto col Salvatore nel tabernacolo”.

 

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