Pillole di SpiritualiTà
L'amore di Dio è il primo come comandamento, ma l'amore del prossimo è primo come attuazione pratica. (Sant'Agostino)
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Quia tu es fortitudo mea - II PARTE
“In patientia vestra possidebitis animas vestras” (Lc 21, 19)
Fa parte della fortezza la virtù della pazienza, che Joseph Ratzinger ha descritto come “la forma quotidiana dell’amore”. La ragione per la quale nel cristianesimo a questa virtù si è data tradizionalmente un’importanza notevole si può dedurre da una frase di sant’Agostino nel suo trattato sulla pazienza, in cui la descrive come “un dono così grande di Dio, che deve essere proclamata come una impronta di Dio che è rimasta in noi”.
La pazienza, dunque, è una caratteristica del Dio della storia della salvezza, come insegnava Benedetto XVI all’inizio del suo pontificato: “Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore.
Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini”.
Da questa considerazione si possono trarre molte conseguenze pratiche. La pazienza induce a saper soffrire in silenzio, a sopportare le contrarietà dovute alla fatica, al carattere degli altri, alle ingiustizie, ecc. La serenità d’animo rende altresì possibile che cerchiamo di farci tutto a tutti, adattandoci agli altri, portando con noi il nostro modo di essere personale, il modo di essere di Cristo.
Proprio per questo ogni cristiano si adopera perché non sia messa in pericolo la propria fede e la propria vocazione per un’erronea concezione della carità, sapendo che – per utilizzare una espressione colloquiale – egli può arrivare fino alle porte dell’inferno, ma non oltre, perché al di là non si può amare Dio. In tal modo si adempie la frase di Gesù: “con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”.
“Chi persevererà sino alla fine sarà salvato” (Mt 10, 22)
La pazienza è in stretta relazione con la perseveranza. Quest’ultima suole essere definita come la persistenza nell’esercizio di opere virtuose malgrado le difficoltà e la stanchezza dovute al loro protrarsi nel tempo. Più precisamente, si suole parlare di costanza quando si tratta di vincere la tentazione di abbandonare l’impegno per l’apparizione di un ostacolo preciso; si parla invece di perseveranza quando l’ostacolo è semplicemente il protrarsi nel tempo di detto impegno.
Non si tratta soltanto di una qualità umana, necessaria per raggiungere obiettivi più o meno ambiziosi. La perseveranza, a imitazione di Cristo, che fu obbediente al disegno del Padre fino alla morte, è necessaria per la salvezza, secondo le parole evangeliche: “chi persevererà sino alla fine sarà salvato”. Si capisce allora quanto sia vera l’affermazione di san Josemaría: “Cominciare è di tutti; perseverare è dei santi”. Da ciò discende l’amore di questo santo sacerdote per il lavoro accurato, che descriveva come un saper mettere le “ultime pietre” in ogni attività realizzata.
“Ogni fedeltà deve passare attraverso la prova più esigente: quella della durata [...]. È facile essere coerente per un giorno, o per alcuni giorni [...]. Ma si può chiamare fedeltà solo una coerenza che dura per tutta la vita”. Queste parole del Servo di Dio Giovanni Paolo II aiutano a capire la perseveranza sotto una luce più profonda: non come un semplice persistere, ma anzitutto come un’autentica coerenza di vita; una fedeltà che finisce col meritare la lode del signore della parabola dei talenti, e che si può considerare come una formula evangelica di canonizzazione: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
“Magnus in prosperis, in adversis maior”
“Grande nella prosperità, ancora più grande nell’avversità”. Questa frase dell’epitaffio del re inglese Giacomo II, nella chiesa di Saint Germain in Layes nei pressi di Parigi, esprime l’armonia tra le diverse parti della virtù della fortezza: da un lato, la pazienza e la perseveranza, che sono legate all’atto di resistere nel bene, e che abbiamo già considerato; dall’altro, la magnificenza e la magnanimità, che fanno un diretto riferimento all’atto di attaccare, di intraprendere grandi prodezze, anche nelle piccole vicende di una vita normale.
Infatti, secondo la teologia morale, “la fortezza, come virtù dell’appetito irascibile, non solo domina le nostre paure (cohibitiva timorum), ma inoltre modera le azioni rischiose e audaci (moderativa audaciarum). Così la fortezza si occupa del timore e dell’audacia, impedendo il primo e imponendo un equilibrio alla seconda”.
La magnanimità o grandezza d’animo è la prontezza nel prendere la decisione di intraprendere opere virtuose eccellenti e difficili, degne di grande onore. Da parte sua, la magnificenza si riferisce alla effettiva realizzazione di opere grandi, e in particolare alla ricerca e all’impiego delle risorse economiche e materiali indispensabili per compiere grandi imprese al servizio di Dio e del bene comune.
San Josemaría descriveva la persona magnanima con questi termini: “animo grande, capiente, che fa posto a molti. È la forza che ci fa uscire da noi stessi, permettendoci di intraprendere opere grandi, a beneficio di tutti. Nel magnanimo non c’è posto per la meschinità; non viene a patti con l’avarizia, non fa calcoli egoistici né si serve di raggiri. Il magnanimo impiega senza riserve le sue forze in ciò che vale la pena; è quindi capace di offrire se stesso. Non si accontenta di dare: semplicemente si dà. Così può arrivare a capire qual è la più grande dimostrazione di magnanimità: darsi a Dio”.
Si richiede magnanimità per incominciare ogni giorno l’impresa della propria santificazione e dell’apostolato in mezzo al mondo, malgrado le difficoltà che sempre ci saranno, con la convinzione che tutto è possibile per colui che crede.
In questo senso, il cristiano magnanimo non ha timore di proclamare e difendere con fermezza, negli ambienti nei quali si muove, gli insegnamenti della Chiesa, anche in momenti nei quali questo possa costituire un andare controcorrente; un aspetto, questo, che ha una profonda radice evangelica. Così il cristiano si comporterà con comprensione verso le persone e, nello stesso tempo, con una santa intransigenza in fatto di dottrina, fedele al motto paolino veritatem facientes in caritate, vivendo la verità con carità, cosa che comporta la difesa della totalità della fede senza violenze.
Questo comporta altresì che l’obbedienza e la docilità al Magistero della Chiesa non si contrappongano al rispetto della libertà di opinione; al contrario, aiutano a distinguere bene le verità della fede da quelle che sono semplici opinioni umane.
All’inizio abbiamo fatto riferimento alla paziente resistenza di Maria ai piedi della Croce. L’esemplare fortezza della Madonna include anche la grandezza d’animo che la indusse ad esclamare in presenza della cugina Elisabetta: Magnificat anima mea Dominum [...] quia fecit mihi magna qui potens est, l’anima mia magnifica il Signore [...] grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente. L’esultanza di Maria contiene una lezione importante per noi, come ricorda Benedetto XVI: “Solo se Dio è grande, anche l’uomo è grande. Con Maria dobbiamo cominciare a capire che è così. Non dobbiamo allontanarci da Dio, ma rendere presente Dio; far sì che Egli sia grande nella nostra vita; così anche noi diventiamo divini; tutto lo splendore della dignità divina è allora nostro”.
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Famiglia del Cuore Immacolato di Maria
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