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La MATERNITÀ, elemento fondante dell’identità femminile

La donna si “verifica” nella maternità. Ecco perché l’aborto è un dramma che la colpisce nel suo essere

 di Suor M. Caterina Gatti icms

La maternità può essere definita per la donna come “una postura esistenziale piuttosto che un evento della sua vita, o un mero effetto biologico; un elemento fondante della sua identità, che la definisce dal punto di vista antropologico e la esprime nella sua specificità” (Marta Brancatisano, da Approccio all’antropologia della differenza). In una delle sue catechesi sull’amore umano, Giovanni Paolo II ricordò che “il mistero della femminilità si manifesta e si rivela fino in fondo mediante la maternità”. Si può affermare, quindi, che la maternità fa parte della struttura femminile, in quanto essa è “inscritta” in ogni donna, fa parte della donna a prescindere dal fatto che essa si realizzi o meno in senso fisico. Anzi, la maternità non riguarda solamente la generazione fisica dei figli, ma si può parlare di maternità anche in senso spirituale. La verginità nel senso evangelico comporta la rinuncia al matrimonio e dunque anche alla maternità fisica. Tuttavia, la rinuncia a questo tipo di maternità, che può anche comportare un grande sacrificio per il cuore della donna, apre all’esperienza di una maternità di diverso senso: la maternità «secondo lo spirito». La verginità, infatti, non priva la donna delle sue prerogative”. (Mulieris Dignitatem, 21)

È proprio la maternità, presente in ogni donna indipendentemente dalla sua concreta realizzazione, che rende la donna capace di accostarsi alla vita, di avere una particolare relazione con l’essere umano, che le è affidato: “La forza morale della donna, la sua forza spirituale si unisce con la consapevolezza che Dio le affida in un modo speciale l’uomo, l’essere umano”. (Mulieris Dignitatem, 30).

 

La matenità, “dna” per la donna.

Che la maternità faccia parte della struttura antropologica femminile lo si deduce anche dall’inversione di tendenza di molte femministe le quali, dopo aver negato la loro maternità – vista come una sorta di schiavitù, dalla quale liberarsi – hanno dimostrato una sorta di “nostalgia” della maternità (anche se sono cadute in un altro errore: quello di considerare la maternità come un diritto soggettivo esclusivo della donna). Questo cambio di rotta, questo ritorno alla maternità rivela anzitutto il fatto che nella donna esiste una struttura oggettiva che è incancellabile, proprio perché le è data dal Creatore: la donna è “costituita” in questo modo. Una struttura oggettiva che, appunto, non può essere eliminata, anche se certamente può essere in qualche modo offuscata sotto la spinta di ondate culturali. Si può affermare che “la maternità è una specie di DNA per la donna. Le appartiene a livello strutturale, la identifica per quello che è, e non può subire manipolazioni sostanziali: il suo cambiamento equivale alla fine della donna” (M. Brancatisano, da Approccio all’antropologia della differenza).

La maternità, quindi, non è strettamente legata all’esercizio della sessualità, ma è molto di più: è legata alla femminilità, è il carattere costitutivo dell’identità femminile ed è soggetta ad una maturazione progressiva.

 

L’aborto intacca l’essere della donna.

Questo significa che la donna “si verifica” e si scopre donna proprio grazie alla maternità. In essa, infatti, la donna si scopre capace di donazione, capace di accogliere, di accompagnare, aiutare l’altro, comprenderlo. Nella Mulieris Dignitatem, Giovanni Paolo II fa ben capire come questa donazione faccia parte di una vera e propria “chiamata” da parte di Dio: “Dio le affida in un modo speciale l’uomo [...]. Naturalmente, Dio affida ogni uomo a tutti e a ciascuno. Tuttavia, questo affidamento riguarda in modo speciale la donna - proprio a motivo della sua femminilità – ed esso decide in particolare della sua vocazione” (cfr. n. 30). La maternità dona, quindi, alla donna la capacità di avere una relazione particolare e unica con l’essere umano. Da tutto questo si capisce che l’aborto, ordinariamente (e giustamente) classificato come un male morale, come un’azione intrinsecamente cattiva - sempre e comunque - per il fatto che si tratta di uccisione di una vita umana, in realtà è qualcosa di ben più complesso. La gravità e il dramma dell’aborto sta anche nel fatto che con esso la donna nega di essere “colei che si prende cura dell’altro”. Dato che questa è la vocazione della donna, e dato che la maternità è costitutiva dell’identità femminile, con l’aborto la donna distrugge se stessa, perché va ad intaccare ciò che fa parte del suo stesso essere. Anche se con parole molto semplici, questo concetto è ripreso e ben spiegato dalla giornalista e scrittrice Costanza Miriano: “Noi per prime abbiamo il talento di accogliere, accettare, educare, e non solo i figli. […] Se neghiamo questa nostra vocazione c’è qualcosa che non torna nel bilancio. Noi dobbiamo dare, difendere, sostenere, appoggiare la vita. Mi sembra invece che le donne della mia generazione che, per la prima volta nella storia, possono chiedersi se accettare o no questo ruolo, gli dicano di no con troppa fretta e leggerezza. Magari perché è possibile dire di no. […] Salvo poi accorgersi che la donna si ritrova dandosi” (tratto da Sposati e sii sottomessa).

 

 

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