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La MATERNITÀ secondo lo spirito

Ogni donna deve essere madre in senso spirituale. Alcune donne, però, lo diventano per vocazione, proprio attraverso la rinuncia al matrimonio e alla maternità fisica

di Sr. M. Caterina Gatti icms

(II° parte)

Bisogno di dare e ricevere amore: bisogno eminentemente femminile

Edith Stein, nei suoi studi sulla femminilità, analizza tre donne protagoniste di altrettanti romanzi. Si tratta di donne molto diverse tra loro, ma la filosofa tedesca mette a confronto queste tre figure per trovare ciò che hanno in comune, e che appunto è caratteristico della femminilità: ciò che le accomuna è il profondo bisogno di dare amore e ricevere amore, con il desiderio di elevarsi ad una realtà superiore. La Stein conclude questa analisi con parole che non lasciano dubbi: “Si potrebbero naturalmente presentare molti altri tipi di donna, ma io credo che, in quanto sono tipi di donna, avranno tutti questa base comune. Diventare ciò che si deve essere, far dispiegare e maturare nel modo migliore la propria umanità addormentata, con quella particolare impronta individuale che le è richiesta”, spingendo anche gli altri alla perfezione e alla maturità. La Stein indica in questi aspetti “il bisogno più profondo della donna”. Un bisogno, naturalmente, che si manifesta anche sotto forma di deviazioni, di degenerazioni. Un bisogno, comunque, pienamente e specificamente femminile, e non genericamente un bisogno umano. E ancora: un bisogno strettamente correlato con la chiamata alla maternità, presente costitutivamente in ogni donna.

 

L’amore genera un bisogno

Che la donna sperimenti tale bisogno di amare e di essere amata non è in contrasto nemmeno con la chiamata alla Vita religiosa o con la maternità nello spirito; occorre ricordare che la struttura portante di ogni buona relazione è caratterizzata da tre elementi: bisogno, auto-dominio, donazione. Ogni relazione nasce da un bisogno, che può essere il bisogno di amicizia o il bisogno di donarsi, ma sempre di bisogno si tratta. Occorre poi che in tale relazione vi sia un auto-dominio da parte della persona, che conduce alla donazione (questo auto-dominio ha senso nella misura in cui porta a donarsi), in seguito alla quale si ripresenta il bisogno, con uno schema che è circolare: l’amore, la donazione generano a loro volta un bisogno.

È errato, quindi, voler assolutizzare la donazione, pensando che la persona effettua una vera donazione solo se dà – se si dona – in modo da non cercare assolutamente nulla, cioè da non soddisfare alcun bisogno. Come dimostra la struttura della relazione, questo è un errore, perché tutti abbiamo bisogno di ricevere! Per poter dare, infatti, dobbiamo prima ricevere: “Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l’amore. […] Da questo «prima» di Dio, può come risposta spuntare l’amore anche in noi” (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 17). Una visione spiritualistica della donazione o dell’amore non tiene conto di questa struttura; ma, come già detto, ciò è sbagliato, perché è incompleto. Che la donna sperimenti in sé un bisogno di amare e di donarsi, quindi, non è altro che una cosa naturale, che anche l’uomo sperimenta; ma nella donna ciò è più marcato, proprio per la maternità che fa parte della sua identità, della sua “struttura”.

 

La maternità nello spirito riguarda ogni donna, ogni vocazione

Riguardo la maternità nello spirito, Giovanni Paolo II osserva che, dove è necessario un lavoro formativo, si constata la disponibilità delle donne a spendersi nei rapporti umani, specie a favore dei soggetti deboli e indifesi: “In tale opera esse realizzano una forma di maternità affettiva, culturale e spirituale, dal valore veramente inestimabile, per l’incidenza che ha sullo sviluppo della persona e il futuro della società” (Lettera alle donne, n. 9). Queste parole – inserite in un documento rivolto a tutte le donne – non interessano solamente le donne consacrate a Dio, e allora si comprende come la maternità nello spirito non sia una sorta di “alternativa” alla maternità fisica, quasi una prerogativa della donna consacrata. Come bene osserva Angela Ales Bello, è vero che la via prevalente della maternità è quella fisica, ma è molto importante che nella donna vi sia anche la maternità psichica e spirituale: “la maternità, solo se intesa anche in modo psichico e spirituale, permette di essere madre totalmente, quindi bisogna sempre analizzare tutti gli aspetti dell’essere umano” (cfr. conferenza Cristianesimo, femminismo, femminile). In ogni donna che dà alla luce un bambino dovrebbero essere presenti anche la maternità psichica e quella spirituale. Nella Religiosa, invece, la maternità fisica manca, ma è molto più ampia e sviluppata la maternità spirituale, proprio a motivo della libertà da vincoli familiari che le permette di riversare il suo amore sull’intero Popolo di Dio e non semplicemente su una ristretta cerchia di persone.

 

Lo specifico della donna consacrata

Nella vocazione religiosa o alla Vita consacrata, la donna riceve una grazia che non distrugge la natura, ma la presuppone. Si costruisce, infatti, su una base che è la natura, che è l’umanità, e allora le caratteristiche femminili, anche nel caso della vocazione alla Vita consacrata, non vengono eliminate ma assunte in essa, cioè impiegate in essa “a nuovo titolo”: La verginità nel senso evangelico comporta la rinuncia al matrimonio, e dunque anche alla maternità fisica. Tuttavia, la rinuncia a questo tipo di maternità, che può anche comportare un grande sacrificio per il cuore della donna, apre all’esperienza di una maternità di diverso senso: la maternità «secondo lo spirito»” (cfr. Mulieris Dignitatem, n. 21). La donna consacrata vive la sua maternità nei confronti di tutte le persone che il Signore le fa incontrare nella sua vita, sull’esempio di Maria Santissima, che sotto la Croce accettò di diventare Madre di tutta l’umanità. Come ricorda la Mulieris Dignitatem, l’amore sponsale, che è proprio anche dell’anima consacrata a Dio, richiede sempre una singolare disponibilità ad essere riversato su coloro che si trovano nel suo “raggio di azione”. Nella verginità, tale disponibilità “è aperta a tutti gli uomini, abbracciati dall’amore di Cristo sposo” (cfr. Mulieris Dignitatem, n. 21).

Amore sponsale, dunque, che la donna consacrata cerca di riversare su tutti gli uomini.

 

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