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LA PARTECIPAZIONE AFFETTIVA: LA COMPASSIONE

“In atto di riparazione”

di Sr. M. Giacinta Magnanimi icms

Dopo aver preso in esame la partecipazione alla Redenzione nella lotta contro il peccato – in noi e nel mondo – bisogna considerare l’aspetto più intimo e più delicato della Riparazione: la partecipazione affettiva, ossia la compassione.

La Riparazione opera, infatti, da una parte la salvezza dei peccatori; dall’altra, la consolazione di Cristo, offeso dai peccati dell’umanità. Questa affermazione potrebbe suscitare un dubbio: Cristo, che regna beato nel cielo, può essere davvero consolato dalla Riparazione degli uomini?

Questo tipo di Riparazione è possibile per due motivi.

In primo luogo, perché nella Passione l’anima di Gesù divenne triste fino alla morte, in quanto Egli già vedeva i peccati del mondo: non solo passati, ma anche futuri. Insieme alla sofferenza, tuttavia, non va dimenticato che ricevette anche conforto, in previsione della consolazione che gli avrebbero recato le anime riparatrici.

L’affermazione che noi “eravamo presenti” alle sofferenze del Signore – tanto per procurarle, quanto per compensarle – è a fondamento della spiritualità riparatrice. Non era, la nostra, una presenza fisica di contemporaneità, ma una presenza misteriosamente reale, garantita dall’eternità della Persona divina di Gesù.

Il Papa Pio XI, nella Miserentissimus Redemptor, rispondendo alla domanda iniziale, così risponde:

Le anime pie meditano queste cose, in quanto i peccati e i delitti degli uomini, in qualsiasi tempo commessi, furono la causa per la quale il Figlio di Dio fosse dato a morte, ed anche al presente cagionerebbero per sé a Cristo la morte, accompagnata dagli stessi dolori e dalle medesime angosce, giacché ogni peccato si considera rinnovare in qualche modo la passione del Signore: «Di nuovo in loro stessi crocifiggono in Figlio di Dio, e lo espongono a ludibrio». Che a causa anche dei nostri peccati futuri, ma previsti, l’anima di Gesù divenne triste sino alla morte, non è a dubitare che qualche conforto non abbia anche fin da allora provato per la previsione della nostra riparazione, quando a «lui apparve l’Angelo del cielo» per consolare il suo cuore oppresso dalla tristezza e dalle angosce.

La Redenzione è stata vissuta da Cristo nel suo Cuore, nel luogo, cioè, della sua soggettività divino-umana. Perciò, colui che si unisce a Cristo Redentore è spinto a unirsi al suo Cuore, in cui prendono radice il suo amore, la sua obbedienza, la sua preghiera.

Il secondo aspetto da considerare è che Cristo soffre misteriosamente ancora oggi nel suo Corpo Mistico, che è la Chiesa; e in questa sofferenza di oggi può essere consolato. Non è il Cristo fisico che soffre oggi ancora, ma il Cristo mistico. Continua il Papa Pio XI nell’enciclica citata:

Si aggiunga che la passione espiatrice di Cristo si rinnova e in certo modo continua nel suo corpo mistico, la Chiesa. Infatti, per servirci nuovamente delle parole di Sant’Agostino: «Cristo patì tutto ciò che doveva patire; né al numero dei patimenti nulla più manca. Dunque i patimenti sono compiuti, ma nel capo, rimanevano tuttora le sofferenze di Cristo da compiersi nel corpo». Ciò Gesù stesso dichiarò, quando a Saulo, «spirante ancora minacce e stragi contro i discepoli», disse: «Io sono Gesù che tu perseguiti» chiaramente significando che le persecuzioni mosse alla Chiesa, vanno a colpire gravemente lo stesso suo Capo divino. A buon diritto, dunque, Cristo sofferente ancora nel suo corpo mistico desidera averci compagni della sua espiazione; così richiede pure la nostra unione con lui; infatti, essendo noi «il corpo di Cristo e membra congiunte», quanto soffre il capo, tanto devono con esso soffrire anche le membra.

È il Cristo mistico che continua a soffrire, ogni volta che si commette peccato; è il Cristo in agonia fino alla fine del mondo. Ed è per questo che chiede riparazione.

San Giovanni utilizza l’allegoria della vite e dei tralci. Il ceppo della vite non può essere indifferente a ciò che sta succedendo nei tralci: se un tralcio è ferito, è ferita tutta la pianta della vite, poiché non è netta la distinzione fra le ramificazioni e la vite madre.

Membra di Cristo, tralci di Cristo: sono tutte immagini che ci introducono nel mistero del perpetuarsi mistico delle sofferenze di Cristo, essendosi Lui stesso, in un certo modo, identificato con la nostra umanità.

 

 

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