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LA PARTECIPAZIONE ATTIVA: L’APOSTOLATO

“in atto di riparazione”

di Sr. M. Giacinta Magnanimi icms

Cristo è presente nel suo Corpo Mistico e continua a soffrire in esso; con la riparazione siamo associati a Lui nella sua espiazione. Viene così delineato un nuovo principio della riparazione, che ne riguarda il prolungamento attivo nel tempo della Chiesa.

In questo senso, le attività apostoliche sono in stretto rapporto con la riparazione. Bisogna, a tale scopo, considerare che l’opera redentrice di Cristo è contemporaneamente distruzione della potenza del peccato e instaurazione del Regno di Dio. Chi si impegna a distruggere la potenza del peccato dilata il Regno di Cristo, e chi dilata il Regno di Cristo distrugge il mondo del peccato. Diventa allora chiaro che l’apostolato costituisce una partecipazione alla Redenzione e si riferisce alla riparazione.

Scrive, a tal riguardo, il Papa Giovanni Paolo II, nella Redemptoris missio:

La Chiesa è effettivamente e concretamente a servizio del regno. Lo è, innanzitutto, con l’annunzio che chiama alla conversione; è questo il primo e fondamentale servizio alla venuta del regno nelle singole persone e nella società umana. La salvezza escatologica inizia già ora nella novità di vita in Cristo[1].

In quanto promuove direttamente il Regno di Dio, l’apostolato è continuazione dell’attività redentrice di Cristo che diffonde il messaggio della salvezza e comunica la vita divina, anzi, è partecipazione alla volontà attuale di Cristo e alla sua attività vivificatrice nella Chiesa. È all’interno del mondo che il Signore Gesù chiama ogni fedele a vivere la propria vocazione riparatrice, come stimolo nell’impegno apostolico.

In questo senso, l’apostolo appare come strumento di Cristo, strumento chiamato a compiere la missione affidatagli da Lui aderendo alla sua intenzione salvifica. L’attività apostolica è prolungamento dell’azione salvifica di Gesù ed implica una partecipazione sempre più profonda ai suoi sentimenti. L’apostolato implica, quindi, una conformazione interiore alla coscienza redentrice di Cristo e la partecipazione al mistero della sua sofferenza. Queste devono essere le disposizioni di coloro che vogliono aiutare Cristo nell’opera della Redenzione: non si è veri apostoli senza tale conformità al Cuore di Cristo[2].

Il mandato missionario si traduce, quindi in amore alla Chiesa e agli uomini come li ha amati Gesù:

La spiritualità missionaria si caratterizza, altresì, per la carità apostolica, quella del Cristo che venne «per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11,52), buon Pastore che conosce le sue pecore, le ricerca e offre la sua vita per loro (Gv 10). Chi ha spirito missionario sente l’ardore di Cristo per le anime e ama la Chiesa, come Cristo. Il missionario è spinto dallo «zelo per le anime», che si ispira alla carità stessa di Cristo, fatta di attenzione, tenerezza, compassione, accoglienza, disponibilità, interessamento ai problemi della gente. L’amore di Gesù è molto profondo: egli, che «sapeva quello che c’è in ogni uomo» (Gv 2,25) amava tutti offrendo loro la redenzione e soffriva quando questa veniva rifiutata […] Infine, come Cristo egli deve amare la Chiesa: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,25). Questo amore, spinto fino a dare la vita, è per lui (il missionario) un punto di riferimento. Solo un amore profondo per la Chiesa può sostenere lo zelo missionario […] Per ogni missionario «la fedeltà a Cristo non può essere separata dalla fedeltà alla Chiesa»[3].

 

[1] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris missio, LEV, Città del Vaticano 1990, n.20

[2] Cf. Bernard C. A., La spiritualità del Cuore di Cristo… Op. Cit. pp. 90-93                                     

[3] Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, n. 89.

 

 

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