di padre Mario Piatti icms
Se provassimo a “decifrare” e a rileggere la nostra vita, con tutta la sua ricchezza di segni, di simboli, di allusioni e di espressioni, verbali e gestuali, faremmo certamente delle scoperte molto interessanti. Tutto il nostro “immaginario”, il vocabolario della nostra quotidianità, rivela infatti una infinita trama di riferimenti alle nostre lontane e originarie radici, soprattutto greco-romane, giudaiche e, naturalmente, cristiane.
È una sfida da accogliere e da approfondire, specialmente oggi, per dare ragione, sempre più fondata, alla solidità del nostro patrimonio culturale e spirituale, spesso disatteso e rinnegato con estrema disinvoltura e addirittura deriso dai “sapienti”, che pensano di dominare e governare il mondo.
Vorrei, per il momento, soffermarmi invece – quasi scherzosamente – su una delle espressioni, più comuni e diffuse, nel gergo di ogni giorno, che purtroppo ricorre abbastanza spesso sulla nostra bocca e nel nostro dialogare, famigliare o “sociale”. Si tratta dell’invito a “lasciarci in pace”: perché siamo impegnati, preoccupati; o, meglio, “arrabbiati”, scontrosi, chiusi nei nostri affanni.
“Lasciatemi in pace!” viene da dire quando ci sentiamo schiacciati dalle cose da fare o siamo stanchi, stressati, semi-esauriti per gli inestricabili problemi che ci soffocano e “ci tolgono la pace”. In effetti, quelle parole, che prorompono dal cuore, hanno realmente qualcosa di paradossale: domandiamo di essere lasciati in pace, proprio quando non siamo in pace, con il mondo, con noi stessi, probabilmente con il Signore stesso.
Dovremmo forse dire: lasciatemi qui, chiuso in me stesso, prigioniero delle mie rabbie e delle mie delusioni, incapace di risollevare lo sguardo e il cuore alla bellezza della vita, al Cielo sopra di noi, al cuore dei fratelli che bussano e domandano attenzione e comprensione. Siamo tutti un po’ malati di vittimismo, di infermità affettive, che ci imprigionano in noi stessi. Basterebbe, a volte, osservarci dall’esterno, per sorridere di noi stessi, per considerare con santa ironia i nostri presunti drammi e aprire il cuore alla Grazia, alla bontà, alla compassione.
Non arrendiamoci, dunque, alle nostre chiusure, non per mettiamo al vento gelido della “divina indifferenza” (come scriveva Montale) di spegnere il nostro fervore e la nostra fede. Non barrichiamoci dentro i nostri “fortini”, le nostre roccaforti, che alla fine rivelano solo suscettibilità ferita e permalosità mai abbastanza combattute.
Abbiamo bisogno di pace, di pace vera, di quella pace che il Signore ci ha consegnato. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”, ripetiamo durante la Messa, ogni giorno. La Pace, non come la dà il mondo, ci dice il Signore, ma come Lui solo sa donarla. Una pace che non esclude la fatica, il confronto, a volte lo scontro – quando sono in gioco la Verità e la Giustizia – ma che non compromette mai la piena fiducia e l’abbandono nel Cuore di Dio.
Per essere veri costruttori di comunione e di pace, dobbiamo ricorrere costantemente
all’aiuto del Cielo: da soli non ce la facciamo, ricadiamo facilmente nello sconforto, siamo vinti dalla delusione e dallo scoraggiamento. La nostra pace trova le sue radici nella Eucaristia, nel silenzio della adorazione, nella fedeltà all’incontro con Cristo Signore: solo così essa poi si irradia nel mondo e contribuisce a riportare i popoli e le nazioni al superamento dei conflitti e delle tragedie che insanguinano la nostra martoriata Terra.
La devozione alla Vergine, la fedeltà al Rosario quotidiano, garantiscono la materna protezione di Maria Santissima, che fece dei Pastorelli degli autentici seminatori di pace. Grazie alla loro intercessione e a quella di tante anime generose la Prima Guerra Mondiale andò rapidamente verso la sua conclusione. Ma ne scoppiò un’altra, profetizzata nel luglio del 1917 dalla Vergine stessa, peggiore della precedente; e continui conflitti si sono poi susseguiti, fino a quelli che ancora oggi seminano distruzione e morte dovunque. Forse perché – ancor più di una volta – mancano veri “promotori di Pace”, tessitori di Pace, che la impetrino per il mondo.
Ma che, ancor prima, la vivano e la irradino intorno a sé.