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Ma non hai caldo vestito così?

A proposito dell’abito religioso

di p. Davide Gilioli icms

(estratto dal MARIA DI FATIMA - n°7 Settembre/Ottobre 2021)

 

Arriva settembre e con il 22 di questo mese termina ufficialmente l’estate, ovvero quella stagione in cui ogni Servo (e Serva) del Cuore Immacolato di Maria sa che, alzandosi dal letto la mattina, dovrà prima o poi fare i conti con una inevitabile domanda quotidiana: “Padre, ma non hai caldo vestito così?”. 

 

Padre, ma non hai caldo vestito così?”. Anche nel 2021 per i Padri e le Suore ICMS questa è stata indiscutibilmente la domanda-regina dell’estate. Dalla sacrestia alla stazione, dai campetti dell’oratorio al supermarket, in coda all’aeroporto o attraversando le strisce pedonali, questo interrogativo non ci ha lasciato tregua.

Giustamente anche, lo capisco, la gente deve sapere. Quindi ora - ebbene sì, e mi assumo la piena responsabilità di ciò che sto per dire - è giunto il momento di dare finalmente risposta a questo mistero. Un respiro profondo e… ok, vado: “Sì, abbiamo caldo vestiti così”.

Ecco, l’ho detto. (Fiuuu, è stato più difficile del previsto…)

Lo so, lo so, una rivelazione sconvolgente, ma qualcuno doveva pur farlo. Coraggio, dai, la vita va avanti!

 

“MA ALLORA PERCHÉ LO INDOSSATE SEMPRE?”

Vestiamo così perché la Chiesa ci chiede di farlo. E con questo ci potremmo fermare e passare al prossimo articolo del Maria di Fatima… ma dato che la presenza di canoni e commi porta con sé sempre un certo tocco di stile, facciamola una citazione al volo del Codice di Diritto Canonico:

Can. 669 - §1. I religiosi portino l’abito dell’istituto, fatto a norma del diritto proprio, quale segno della loro consacrazione e testimonianza di povertà.

Quindi sì, fa caldo, ma è innanzitutto una questione di obbedienza alla Chiesa. Poi, se volete, si può aggiungere che ogni abito religioso ha un suo significato specifico, spiega in parte quello che è lo spirito dell’Istituto. Questo credo sia interessante; dai, vi spiego il nostro abito!

La foggia “monacale” dell’abito richiama la vita e la preghiera comunitaria, che è uno dei cardini della nostra vita religiosa.

Il colletto “romano” è segno di fedeltà al Papa e al Magistero della Chiesa, che per noi Servi e Serve si concretizza anche in un quarto voto specifico.

La corona del rosario, agganciata al lato destro della cintura, manifesta lo spirito del messaggio di Fatima, dove la Vergine Maria ha chiesto con forza che fosse abbracciata da tutti questa preghiera.

Il piegone a mo’ di scapolare e la cintura riportano all’ultima apparizione della Madonna a Fatima, quando la Vergine si presentò vestita dell’abito del Carmine.

Riguardo il colore, invece, il nero indica il distacco dal mondo, mentre il blu delle nostre Suore è un richiamo al Cielo e alle prime parole del dialogo fra i Pastorelli e la Vergine Maria (“da dove venite? -Vengo dal Cielo”).

Infine, il velo, proprio solo delle consacrate, è un antico (deriva dai tempi di s. Ambrogio) e chiaro segno di consacrazione a Cristo, il Divino Sposo.

 Quel segno testimonia come Dio non smetta di stravolgere vite,

 rivoltarle, riempirle della luce della Sua presenza

FRA SANTI E CARISMA

Il beato Rolando Rivi ha un posto privilegiato nel mio cuore. Un seminarista martire che, in un periodo storico caratterizzato da un feroce odio alla Chiesa, indossava sempre l’abito talare (cioè la tipica veste del prete, indossato stabilmente nella metà del ‘900 anche dai seminaristi). “Togli la veste che è pericoloso portarla!”. “No, non la tolgo - rispondeva a tanti - perché è il segno che sono di Gesù”. Chiaro. Ora, a me questa cosa convince di brutto. Certo, sarà anche vero che - come dicono in tanti - “l’abito è solo un segno esterno”, ma forse è meglio dire: “l’abito è solo un segno esterno”. L’avverbio “solo” è di troppo, perché il fatto che sia un segno esterno non è poca roba, anzi: stiamo parlando del segno che indica il legame più essenziale della nostra vita e Consacrazione, l’appartenenza a Cristo Signore.

Un segno a cui il nostro Fondatore teneva davvero tantissimo. Ricordo il suo invito a guardarci intorno quando capita di passeggiare per Roma… quanta gente s’incontra! C’è di tutto. Ci sono operai, giovani mamme con passeggini, distinti avvocati in giacca e cravatta, poliziotti e tifosi con bandiere e colori, rider e venditori ambulanti, testimoni di Geova e volontari dell’ONU, universitari affrettati e fotografi improvvisati. Per le strada passa di tutto… e allora perché non farci passare anche qualche Religioso ogni tanto, che si riconosca come tale, portando la testimonianza pubblica della propria identità? Tu passi e lasci un segno. Poca roba, figuriamoci, ma che ne sai che il Signore non si serve proprio di quello per richiamare a Lui? E ogni tanto capita. Anzi, eccome se capita.

 

ANCHE SE…

L’abito non fa il monaco, è vero (questa frase prima o poi da qualche parte andava scritta, ovvio): non basta indossarlo per avere garanzie di santità. Inoltre, ammetto anche che è impegnativo portarlo sempre. Non tanto per il fatidico caldo, quanto perché fa di te un segno in maniera perenne. Spiego: spessissimo le persone quando ti guardano vedono dietro di te la cupola di san Pietro, sei segno della Chiesa. E lo sei sempre. Anche quando fai una passeggiata con la famiglia, ti prendi un caffè al bar con gli amici, porti il pulmino sfinito dall’ennesimo campeggio dal meccanico, stai giocando a pallone con i ragazzi. Mai anonimo, sempre sul pezzo, agli occhi delle persone sei la Chiesa. Ecco, non vorrei venire frainteso, ma a volte la cupola si fa pesante. Cambia radicalmente il modo con cui vieni guardato. Si posano su di noi occhi confusi, straniti, sorpresi; sguardi visibilmente interdetti, ma anche strafottenti o astiosi… e solo perché indossi una veste nera. Questo, a volte, è un tantino impegnativo.

Ma poi c’è anche l’altro lato della medaglia. Perché, molto più spesso di quanto si possa immaginare, incroci uno sguardo capace di rendere leggero il giudizio più feroce, fresca la più afosa giornata estiva messa a ferro e fuoco dall’immancabile anticiclone africano: è quello sguardo colmo di speranza.

Vedete, ci si abitua forse ad ogni tipo di sguardo: dallo stupore allo scetticismo e a tutti i giudizi sparsi lì in mezzo. Ma alla speranza no. Quella ti attraversa da parte a parte e ti spiazza sempre. È semplicemente suscitata dal segno che porti, tu centri davvero poco e te ne rendi conto, ma ciò che manifesti solleva tanti sguardi verso il cielo: un cuore che dice di appartenere a Dio, o almeno di provare a farlo, ancora oggi riempie di fiducia nell’opera della Provvidenza. È quel segno che tanti si aspettano, che testimonia come Dio non smetta di stravolgere vite, rivoltarle, riempirle della luce della Sua presenza. E tutto questo accade senza che tu dica o faccia assolutamente niente, accade semplicemente perché passi di lì. Insomma, lo indossiamo anche perché è un’opportunità di bene. Piccola piccola, una scintilla, ma nel buio di oggi fanno gran luce anche i lumicini. Meglio non spegnerli e sopportare un po’ di caldo.

 

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