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Il Miracolo Eucaristico di TRANI

L’Eucarestia: presenza viva di Cristo, l’amore di Dio sulla terra!

IL SANGUE CHE LAVA OGNI COSA

di p. Carlo Gili icms

“Ti veto tor l’ostia?”, cioè (in dialetto veneto): “Tu vai a prendere l’ostia?”. È una domanda che ho sentito porre da un mio coetaneo al tempo delle superiori ad un amico che gli stava vicino durante la Messa, nel periodo in cui sedevamo rigorosamente in fondo alla chiesa, casomai troppo avanti ci facesse male. Una triste domanda che mostra quanta poca stima quel ragazzo avesse del tesoro dei cristiani, l’Eucaristia. Tra “ti veto tor l’ostia?” e “stasera prendiamo una pizza?” non noto molta differenza. Se qualcuno, ora, si stesse chiedendo: “E che c’entra questo con Trani?”. Direi che sì, c’entra, perché il prodigio che sto per narrarvi è un richiamo a vivere con consapevolezza il mistero eucaristico, troppo spesso vissuto con indifferenza. Torneremo su questo.

Ma andiamo alla nostra storia. Siamo all’incirca nel 1000 d.C., a Trani, nella bella Puglia. Una donna ebrea di nome Zakés abitava fuori della città, insieme a pochi altri della sua gente, in mezzo ad un popolo profondamente cristiano, come era normale esserlo nel pieno del Medioevo. Tale donna, essendo ebrea, chiaramente non credeva nella presenza reale di Nostro Signore nel sacramento dell’Eucaristia; da tempo, però, un pensiero le martellava in testa: come era possibile che così tanta gente andasse dietro a simili favole? Si trattava davvero di qualcosa di più che di semplice pane? Per arrivare ad una conclusione, Zakés decise, purtroppo, di compiere un vero e proprio sacrilegio.

E quale giorno migliore per farlo – per chi pazzamente ragiona – se non il Giovedì Santo, giorno in cui si ricorda l’istituzione dell’Eucaristia? Senza pensarci due volte, la donna si recò in chiesa e si mescolò alle altre persone, senza dare nell’occhio. Al momento della comunione si avvicinò al sacerdote, si mise in ginocchio, ricevette in bocca l’ostia consacrata e tornò al suo posto dove, senza farsi notare, si tolse la particola di bocca e la avvolse in un fazzoletto. Tutta soddisfatta, terminata la Messa, tornò a casa sua, dove accadde qualcosa di straordinario.

Appena entrata e chiusa la porta, era tutta eccitata per il gesto che stava per compiere, che suonava proprio come una sfida al Dio cristiano: “Chi credeva di essere Costui?” – pensava la donna – per sovvertire non solo la fede ebraica, ma pure le leggi della fisica, inventandosi una cosa così assurda quanto lo è il termine con cui i cristiani la descrivono, transustanziazione, il trasformarsi, cioè, del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, lasciando però le sembianze (le specie) del comune cibo umano.

Accese dunque il fuoco e vi mise sopra una padella con dell’olio. Questo era il suo lugubre intento: friggere l’Eucaristia, per vedere se fosse pane o no! Era curiosa di osservare cosa sarebbe accaduto; certamente pensava: “Non accadrà un bel niente!”. E, invece, qualcosa accadde, qualcosa che a raccontarla viene la pelle d’oca. Come l’ostia fu gettata nell’olio, da essa cominciò a sprigionarsi del sangue, tanto sangue, così tanto da fuoriuscire dalla padella e riempire il pavimento, mentre l’ostia stessa diventava visibilmente carne. Ad immaginarsi la scena, viene da rabbrividire. Zakés, terrorizzata, tentò di levare quel sangue dal pavimento ma, più ci provava, più esso dilagava per tutta la casa; allora la sacrilega cominciò a urlare, a piangere, tanto da far accorrere i vicini di casa, i quali, inorriditi davanti a tutto quel sangue, le chiesero interdetti cosa fosse successo. La donna, disperandosi e tremando, crollò e raccontò tutto per filo e per segno.

Subito fu avvisato il Vescovo di Trani, Crisostomo, il quale, in men che non si dica, raggiunse la casa del misfatto, vide l’accaduto, credette al grande miracolo e, con il cuore di un bimbo affranto davanti al dolore di una persona cara, fece raccogliere i resti dell’ostia dalla pentola e li fece porre con tutta la devozione possibile in una teca, trasportandoli nella chiesa, perché fossero custoditi con tutta la cura e l’amore dovuti. Così, ancora oggi, si possono vedere questi due piccoli grumi di carne, di diversa dimensione, in una cappella laterale della chiesa di S. Andrea, la stessa da dove l’ebrea aveva trafugato il Corpo di Cristo. La sua casa, invece, è stata trasformata in un luogo di culto e lì vi si conserva ancora la padella attraverso cui si compì il terribile sacrilegio e, allo stesso tempo, un tale miracolo. Perché il Signore è così: dove abbonda il peccato, fa abbondare la sua grazia.

A chiusura di questa gloriosa storia, torno alla domanda iniziale di quel ragazzo: “Ti veto tor l’ostia?”. Non sia mai per noi una simile superficialità! Non ci capiti, per poca fede o per abitudine, di stare a Messa incuranti del miracolo che avviene davanti ai nostri occhi. Come possiamo restare superficiali davanti al sangue di un Dio versato per noi? Dobbiamo accostarci all’altare ricordandoci che stiamo salendo sul Calvario, che davanti a noi Cristo fa sgorgare il suo sangue. Ciò che è avvenuto in quella casa, si compie misticamente in ogni S. Messa: il sangue di Cristo scende dall’altare e lava ogni singola anima, compresa la mia. Belle le parole che il Card. Sarah suggerisce ad ogni sacerdote nel prepararsi alla Messa, ma che possono illuminare ogni fedele: “Io mi sto preparando a offrire l’immolazione della Vittima divina. Il sangue dell’Agnello di Dio misticamente irrorerà le mie mani sacerdotali quando eleverò l’Ostia. E terrò quello stesso sangue sacrificale nel calice, ostendendolo ai fedeli, e a me stesso, per adorarlo e ringraziarlo” (R. Sarah, A servizio della verità).

Dio opera una tantum dei miracoli perché ogni giorno la nostra fede ne tragga giovamento. Se qualcuno, partecipando ora alla S. Messa, avrà un po’ più di consapevolezza del sacrificio che avviene sull’altare, quel miracolo di 1000 anni fa avrà continuato a portare i suoi frutti di grazia.

 

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