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Nel CUORE di DIO

di Suor M. Leonarda Innocente icms

Nel lontano 1916, in paesino sperduto dell’entroterra portoghese, a tre bimbi che pascolavano il gregge apparve per tre volte un Angelo e poi, per sei volte, la Madre di Dio. In queste apparizioni l’Angelo, prima, e in seguito la Madonna, accompagnarono i Pastorelli in un percorso interiore molto profondo. Erano tre bimbi come gli altri, eppure seppero accogliere il messaggio del Cielo con straordinaria semplicità e generosità, tanto da divenire un modello per il cammino di tutti coloro che desiderano incontrare Dio ed entrare nel Suo stesso Cuore.

Il primo passo

Il primo messaggero che apparve a Francesco, Giacinta e Lucia disse di essere l’Angelo della Pace: quanto abbiamo bisogno anche noi di pace nella nostra vita e nelle nostre famiglie! Ebbene, forse proprio per indicarci la via della pace, egli insegnò loro una preghiera molto semplice, ma estremamente importante per ciò che esprime: MIO DIO! IO CREDO, ADORO, SPERO E VI AMO! VI DOMANDO PERDONO PER QUELLI CHE NON CREDONO, NON ADORANO, NON SPERANO E NON VI AMANO. Le parole di questa preghiera ci richiamano alla mente le tre virtù teologali: fede, speranza e carità, ovvero quelle particolari virtù che abbiamo ricevuto nel Battesimo, nella Cresima e che ci vengono effuse nuovamente ad ogni Confessione fatta bene. Esse caratterizzano i Figli di Dio nel loro rapportarsi al Padre che è nei Cieli. Ci permettono di vivere da figli, credendo, amando e sperando in Dio, che ci ama come il più tenero dei padri. L’adorazione, poi, è l’atteggiamento di chi si riconosce piccolo dinanzi alla maestà di Dio, e sente il cuore ricolmarsi di stupore quando contempla il Suo Creatore e Salvatore.

Andare alla radice

Quando ci si prende cura di una pianta, non è fondamentale lucidarne le foglie quanto piuttosto nutrirne le radici, irrigandola e concimandola, affinché cresca forte e rigogliosa, fino a portare frutto. Così avviene anche nella vita spirituale: la fede, la speranza e la carità sono le radici della nostra vita interiore, più le esercitiamo e più cresce la nostra amicizia con Dio, divenendo sempre più forte, coinvolgente ed intima. I tre Pastorelli ripeterono all’infinito questa preghiera, sino a farla penetrare nei loro cuori. Fu solo in seguito che l’Angelo chiese ai bambini di offrire dei sacrifici per la conversione dei peccatori, e, nella terza apparizione, diede loro l’Eucaristia, chiedendo di “consolare Dio” che è offeso nel SS.mo Sacramento. Ma la prima richiesta che il Cielo fece ai bambini fu proprio quella di recitare questa breve preghiera. L’Angelo della Pace poi aggiunse: “Pregate così. I Cuori di Gesù e di Maria stanno attenti alla voce delle vostre suppliche”.

Chi ama ripara

L’incarnazione e la passione sono la follia dell’Amore di Dio per farsi accettare dall’uomo peccatore. Dopo tale follia si capisce come il più grande peccato sia il non credere all’Amore di Dio per noi. Noi possiamo dimenticarci di Dio: Egli non ci dimentica; noi possiamo allontanarci da Lui, Dio non si allontana.” (P. MAZZOLARI). Chi ama veramente, soffre di non essere riamato, ma soffre anche nel vedere che la persona amata non è ri-amata anche dagli altri; o, addirittura, viene disprezzata. Così Dio ama follemente l’uomo e “soffre” quando questo Suo Amore non è corrisposto. I Pastorelli hanno fatto propria la sofferenza stessa di Dio, desiderando consolarlo, ma desiderando anche la salvezza di tanti fratelli che vivono lontani da Dio e non comprendono quanto male facciano a se stessi e alle anime che stanno loro accanto. Perciò la seconda parte della preghiera dice: “Domando perdono per quelli che non credono, non adorano non sperano e non Vi amano”. Ogni cattiva azione ha la sua radice qui: nel non-credere, nel non-adorare, nel non-sperare e nel non-amare. Tutto questo mina la vita spirituale, e, con essa, il legame che ci unisce a Dio e che porta in noi la Sua stessa vita. Come dice anche S. Giovanni: “Chi non ama rimane nella morte” (1Gv 3,14); e ancora: “Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,8).

L’acqua viva

Così, la preghiera dell’Angelo ci insegna a prenderci cura della nostra anima, che ha sete di Dio, ma anche dell’anima di quei fratelli che non riconoscono questa sete, o cercano di spegnerla con un’acqua che non disseta fino in fondo. Mosé percosse la roccia nel deserto e ne uscì acqua, che dissetò la sete del popolo di Israele. Dio è quella roccia, Dio è quell’acqua. Nella misura in cui noi facciamo di Dio la roccia della nostra vita, la nostra unica sicurezza, il criterio delle nostre scelte, l’unico al quale donare davvero il nostro cuore, con tutta la sua sete: allora Egli sarà davvero per noi acqua che disseta, che lava le nostre ferite, che colma il nostro desiderio d’infinito. E quando un’anima desidera compiere questo in sé, diventa lei stessa sorgente per coloro che l’avvicinano. È come se camminassimo in cordata, siamo legati alle anime degli altri, è il mistero della comunione dei santi: il bene che ognuno compie va a beneficio di ognuno, ma, allo stesso modo, il male compiuto danneggia tutti. Vale la pena, allora, di seguire l’esempio dei Pastorelli, impegnandoci in un cammino di conversione sincera per il bene di molti e perché l’Amore stesso di Dio possa essere riversato nei nostri cuori.

«Dio stesso si è messo alla ricerca di noi, il fatto che Egli stesso si sia fatto uomo e sia sceso negli abissi dell’esistenza umana, fin nella notte della morte, ci mostra quanto Dio ami l’uomo, sua creatura. Dio si è incamminato verso di noi: “cercandomi ti sedesti stanco… che tanto sforzo non sia vano (Dies irae)”. Dio è alla ricerca di me. Voglio riconoscerlo? Voglio essere da Lui conosciuto, da Lui essere trovato? Dio ama gli uomini. Egli viene incontro all’inquietudine del nostro cuore, all’inquietudine del nostro domandare e cercare, con l’inquietudine del Suo stesso Cuore, che Lo induce a compiere l’atto estremo per noi. L’inquietudine nei confronti di Dio, l’essere in cammino verso di Lui, per conoscerlo meglio, per amarlo meglio, non deve spegnersi in noi. (…) Rimaniamo continuamente in cammino verso di Lui, nella nostalgia di Lui, nell’accoglienza sempre nuova di conoscenza e di amore!» (Benedetto XVI, 21.04.11, Messa crismale)

 

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