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NON HO L’ETÀ

di padre Carlo Gili icms

Natale 1999. O meglio, inizio di Avvento. Avevo da poco più di un mese compiuto 12 anni e, come regalo da chiedere a Babbo Natale, desideravo l’ultimo videogioco della Playstation: “Final Fantasy VIII”. Mio padre finalmente lo aveva comprato, incartato, decorato con un fiocco e posto sotto il presepe (sì, a casa mia i regali si mettevano lì, non sotto l’albero); io sapevo benissimo cosa c’era in quel pacchetto, ma era chiaro che avrei dovuto aspettare fino al mattino del 25 dicembre per scartarlo. Ovvio, sennò che Natale è? Tutto a posto, dunque… finché, una sera, i miei genitori sono stati invitati a cena da amici e mio fratello ed io siamo rimasti soli a casa. E, complici, guardavamo il pacchetto: dapprima qualche occhiata, poi sempre di più, più vicini… «Dai, lo apriamo, ci giochiamo stasera e poi lo rimettiamo per bene. Nessuno se ne accorgerà». Detto, fatto: una serata magnifica, l’euforia per il videogioco migliore mai visto, un vero sogno. Alla fine, impacchettato di nuovo e rimesso al suo posto. Nessuno se ne è accorto (cavolo, adesso la mamma lo verrà a sapere!). Una cosa soltanto è andata storta: sapete la gioia che si prova quando il giorno di Natale scarti il regalo tanto atteso? Beh, quella gioia c’era, ma solo in parte; perché, in effetti, quell’attesa non era stata rispettata.

Perché ripensare ora a quella sera di tanti anni fa? Beh, mi è venuta in mente per un fatto che, apparentemente, non c’entra nulla. Negli ultimi giorni mi sono trovato a pregare particolarmente per una ragazza delle nostre zone, una diciassettenne che neanche due settimane or sono è tristemente salita agli onori delle cronache per aver partorito da sola in casa, chiuso il bambino appena nato in un sacchetto ed averlo lanciato fuori dalla finestra. La notizia mi aveva – ci aveva – lasciato senza parole. Nei giorni seguenti i giornali hanno aggiunto particolari su particolari: la ragazza aveva tenuto nascosta la gravidanza ai genitori, grazie alla sua corporatura robusta, perché temeva la reazione; anzi, forse non se ne era resa conto nemmeno lei di ciò che stava avvenendo, ecc. ecc.

Non è mia intenzione giudicare qui l’atto (che si giudica da solo), la ragazza o i suoi familiari. Ciò che mi ha fatto riflettere sono stati i commenti a quanto accaduto, che come sempre si sono sprecati, alcuni veramente incredibili. Si poteva evitare tale tragedia? Certo – risponde un’associazione femminista siciliana. E come? Semplice: promuovendo l’anonimato nei centri abortivi, eliminando l’oscurantista (!) obiezione di coscienza per cui chi vuole abortire farebbe fatica (secondo loro) a trovare un medico che la aiuti. Insomma, se quel bambino (scusate, prodotto del concepimento) è morto dopo il parto perché la madre (ragazza, altra svista) temeva di parlarne con i genitori, la soluzione più intelligente sarebbe stata aiutarla ad abortire senza che i genitori lo venissero a sapere! Non fa una grinza. Cioè, se lo ammazzi dopo è un problema, se lo uccidi quando ancora non si vede, il problema non si pone. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Io mi chiedo se ci credono veramente.

 

Credo sia ora che chi ha ricevuto il grande e tremendo compito di educare ritorni a parlare ai ragazzi di una cosa ormai passata di moda: della meravigliosa capacità di attendere prima di buttarsi fisicamente tra le altrui braccia, della castità prematrimoniale, insomma.

 

Molti suggeriscono – giustamente – di rendere maggiormente consapevoli le donne dell’esistenza di centri, associazioni e simili a cui possono affidare il bambino, invece di abortirlo; che gli stessi possono dare anche un sostegno morale o economico…

Certo è che, dice il proverbio, prevenire è meglio che curare. Non basta la sola – giusta – attenzione ad una ragazza già incinta; bisogna avere un orizzonte più ampio. Credo sia ora che chi ha ricevuto il grande e tremendo compito di educare – genitori in primis – ritorni a parlare ai ragazzi di una cosa ormai passata di moda, ma che, forse, è l’unica strada percorribile veramente efficace per evitare il ripetersi di certe tragedie: mi riferisco alla meravigliosa capacità di attendere prima di buttarsi fisicamente tra le altrui braccia, alla castità prematrimoniale, insomma. E qui, normalmente, scatta la risata generale, quando ne parli in certi ambienti (pure cattolici, purtroppo). Eppure conosco parecchie coppie di fidanzati che si sforzano di viverla e per questo non sono meno felici, ma lo sono di più!

Attendere” deriva dal latino “ad + tendere”, essere in tensione verso; come pure “aspettare” da “ad + spectare”, puntare lo sguardo verso un punto lontano, ma preciso; l’autentica attesa, dunque, è attiva, è una tensione verso una meta, uno sguardo lanciato verso una direzione che giudichiamo così importante da meritare il nostro tendere verso di essa. L’attesa aumenta il desiderio di ciò che deve venire, te lo fa gustare di più. Insomma, dai, il Natale senza Avvento (e quindi i preparativi, l’allestimento del presepe e dell’albero…) non sarebbe la stessa cosa. Che, poi, dobbiamo attendere per avere la macchina, per votare, per farci la giustificazione da soli (!)… e non ritieni che sia importante aspettare prima di donare te stesso completamente, senza alcuna riserva, invece che pensare al sesso come ad un semplice gioco, da fare col primo che capita? Invece di confondere l’amore vero con un vago sentimento, forte magari, ma che è tutto zuccheroso e ti fa spegnere il cervello?

Saper attendere significa essere padroni di sé, possedere sé stessi per donarsi completamente – anima e corpo – all’unica persona con cui condividere tutta l’esistenza. Come diceva magistralmente Papa Benedetto XVI: «Cari giovani, non dimenticate che, per essere autentico, anche l’amore richiede un cammino di maturazione: a partire dall’attrazione iniziale e dal “sentirsi bene” con l’altro, educatevi a “volere bene” all’altro, a “volere il bene” dell’altro. L’amore vive di gratuità, di sacrificio, di perdono e di rispetto dell’altro. Non riducetelo a fisicità, facendovi soggiogare dalla schiavitù della sessualità. Ricordate che bruciare le tappe finisce per “bruciare” anche l’amore, che invece ha bisogno di rispettare i tempi e la gradualità nelle espressioni».

 

Ricordate che bruciare le tappe finisce per “bruciare” anche l’amore (Benedetto XVI)

 

Se cogli una mela quando non è ancora il tempo, sarà per forza acerba. Attendi un po’ e la gusterai per bene; ma, se l’hai già colta, essa non ci sarà più.

Dunque, è questione di età?

Diverse volte, parlando con i ragazzi sull’età giusta anche solo per fidanzarsi, rispondo: “20-25 anni, non prima”. In realtà non lo penso veramente, voglio solo essere provocatorio, far capire che ci vuole maturità per avere una relazione che non sia incentrata sullo “stare bene”. Un giorno San Josemaria Escrivà ascoltava il ritornello della canzone di Gigliola Cinguetti (siamo nel 1964, per molti di voi praticamente la preistoria): «Non ho l’età per amarti, non ho l’età per uscire da sola con te». Nella canzone si immaginava che a parlare fosse una ragazza tredicenne. Lui interruppe il giradischi e commentò: «Che sciocchezza, non è questione di età, è questione di saper dire di no». Chi sa dire di no, chi sa attendere, è padrone di sé e, dunque, libero e potrà così godersi veramente la meta, in un amore pieno e non a metà.

Se, quella sera di 21 anni fa, avessi saputo la ricchezza insita nell’attesa, non avrei certo aperto il regalo di nascosto; però, alla fin fine, si trattava soltanto di un videogioco. Il vero problema è quando giochiamo con la nostra vita.

San Josemaria scriveva ancora: «Purezza? – domandano, e sorridono. Sono gli stessi che vanno al matrimonio con il corpo appassito e l’anima disincantata. […] È necessaria una crociata di virilità e di purezza che arresti e annulli il selvaggio lavoro di quanti credono che l’uomo sia una bestia. E questa crociata è opera vostra».

Sì, è opera vostra, di voi che siete padroni di voi stessi, che avete dunque l’età per amare. Per amare sul serio, nella libertà dei figli di Dio.

 

 

 

 

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