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NULLA È TROPPO PER IL TUTTO CHE È DIO

Ovvero: tutto è niente in confronto a Lui

di Sr. M. Patrizia Innocente icms

20 Ottobre 1922. Un’umile suora dell’Ordine delle Dorotee dei Sacri Cuori di Vicenza sta per morire nell’Ospedale S. Leonardo di Treviso tra la commozione generale di chi ha vissuto accanto a lei. Verso la fine dell’agonia si avvicina al capezzale la sua Madre Generale che, avendole preso le mani che stringono il Crocifisso e avendole chiesto cosa debba dire alle consorelle ritornata a Vicenza, riceve questa risposta: “Dica alle sorelle che lavorino solo per il Signore, che tutto è niente, che tutto è niente!”. Quindi gira gli occhi per salutare tutti i presenti e rende l’anima a Dio con un lieve sorriso, dopo aver pronunciato per tre volte: “Solo Gesù!”. Nessuno avrebbe immaginato che quella suora instancabile e sempre uguale a se stessa, che fino a qualche giorno prima esercitava con tanta dedizione il suo ufficio di infermiera, sarebbe morta in così poco tempo. Il suo nome era Sr. M. Bertilla Boscardin e aveva trentaquattro anni. Il 16 Ottobre 1922, non essendo in grado di reggersi in piedi, venne visitata e quindi operata d’urgenza il giorno seguente. Le venne asportato un tumore uterino di quattro chili. Sr. M. Bertilla aveva già subito quest’operazione a vent’anni, ma “il male che non perdona” (così come veniva chiamato allora) non si era arrestato ed era progredito così tanto anche a causa del fatto che lei tendeva a trascurarsi perché non era abituata a pensare a se stessa e per un malinteso ed invincibile senso del pudore che la caratterizzava.

Il fatto era che proprio non sapeva risparmiarsi. Aveva scritto nel suo diario spirituale questo proposito: “A Dio tutta la gloria, al prossimo tutta la gioia e a me tutto il sacrificio”. Scorrendo ancora le pagine di questo libricino, possiamo capire meglio cosa significhi questa frase da quello che leggiamo in seguito: “Tenermi l’ultima di tutte con persuasione; essere esatta a tutti i miei doveri in un modo straordinario, ma senza essere singolare. Distinta nella carità. Compatire, scusare e sacrificarmi, ma sempre con cuore largo, per puro amore e non aspettandomi nulla, desiderando di essere ripagata freddamente e anche mortificata, anzi biasimata. Ecco come devo essere io, mentre mi pesa tanto un piccolo sacrificio, così che mi sembra un atto eroico da non poter fare, e si tratta invece di un’inezia, di una paroletta, o mi sembra di essere dimenticata e posposta. Devo essere tutta energia e soffrire questo poco unita a Gesù, senza che nessuno lo sappia”. È impressionante pensare che il “poco” a cui questa suora si riferisce in realtà poco non era, dato che lo scritto appena citato si colloca a due mesi dalla sua morte. Inoltre c’è da considerare che Sr. M. Bertilla era realmente e più volte quotidianamente umiliata, ripagata freddamente, biasimata e posposta e questo non era solo una sua impressione erronea mossa dall’orgoglio ferito. Non si lamentava mai e non aveva studiato molto, perciò sia in paese che in convento la si considerava una a cui tutto non poteva che andare bene e una buona a nulla, anche per la semplicità che traspariva dalla sua persona.

Ma allora chi era questa suora? Una vittima del sistema? Una donna con un forte complesso di inferiorità, non curante della sua salute e priva dei giusti criteri per prendersi cura di se stessa per poi essere così maggiormente utile agli altri? E se era una buona infermiera, perché non era apprezzata dalle consorelle che le vivevano accanto, mentre i pazienti dei reparti a lei affidati erano commossi dalle sue virtù e dalle sue premure materne per tutti? Sono tutti interrogativi che provengono da ragionamenti umani, non ancora illuminati da una fede che porti a vivere nutrendo gli stessi sentimenti dei Cristo. Nel cuore di Sr. M. Bertilla non c’era spazio per il calcolo, né per il risentimento. Non era lacerata da continui rancori repressi a forza, né tanto meno le sue consorelle erano delle persone senza cuore, al contrario: tutte sapevano di poter contare su di lei e anche loro hanno pianto quando si sono rese conto che la sua morte sarebbe stata imminente.

“Io non sono buona a nulla – aveva detto da novizia alla sua madre maestra – Sono un povero oco. Mi insegni come devo fare. Voglio farmi santa”. E la maestra deve aver formato bene quella ragazza, perché oggi nella Chiesa tutti la conosciamo come S. M. Bertilla Boscardin.

Ma perché così tanta sofferenza nella sua vita proprio dalla sua famiglia religiosa? È il mistero dell’incomprensione dei buoni, che a volte non riescono a riconoscere i vertici dell’eroismo, che possono sembrare troppo a chi non ha ancora deciso di farsi santo. D’altro canto quella loro consorella sapeva nascondere bene la sua lotta interiore per sacrificarsi con gioia allo Sposo Crocifisso, di fronte al Quale ogni sofferenza, paragonata alla Sua è sempre poca cosa. La Passione di Gesù l’aveva ferita ed era l’oggetto quotidiano della sua meditazione e questo le ha acceso nel cuore il desiderio di essere una candela che arde e si consuma in un affetto sincero per il prossimo, per la gloria di Dio e il bene della Chiesa.

M. Bertilla ci ricorda che di fronte al tutto di Dio siamo un povero piccolo nulla, ma che questo nulla, unito all’amore costante a Dio, può tutto, ha tutto, mentre il suo “io” quasi scompare nella sempre più generosa donazione di sé.

Imitiamola nel nostro piccolo, senza aver paura che Dio ci chieda troppo e anche noi, con Lui e con l’aiuto della Madonna, faremo cose grandi.

 

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