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L’Eucaristia: mistero d’Amore

di Daniela Pagano

“Come facciamo a capire se un amico ci vuole davvero bene? Se è disposto a fare qualsiasi cosa per te, se ti perdona, se ti sta vicino quando sei triste, se ti passa i compiti di matematica, se ti difende quando qualcuno ti prende in giro…”. Da questa domanda è nato l’incontro con alcuni adolescenti e le loro risposte semplici, ma immediate, hanno colto il vero significato dell’amicizia. Un’amicizia vera, infatti, si riconosce nei gesti concreti, nella presenza costante, nella capacità di esserci anche quando è difficile. Non è fatta di parole, ma di fatti. Di piccole attenzioni quotidiane che, senza bisogno di grandi discorsi, sanno dire con semplicità e verità: “Tu per me sei importante”. Ed è proprio questo ciò che accade durante la Messa, nel momento centrale della Preghiera Eucaristica. Gesù non ci lascia solo delle belle parole sull'amore, non scrive un manuale complicato su come essere buoni amici. Fa qualcosa di molto più semplice e infinitamente più grande: compie un gesto.                                                             

Durante l'Ultima Cena prende del pane, rende grazie, Io spezza e lo dona ai suoi discepoli dicendo: "Questo è il mio corpo". E poi prende il calice e dice:” Questo è il mio sangue”.  Con queste parole Gesù non sta solo parlando: si sta donando. È come se dicesse: "lo sono questo pane: spezzato per voi, donato per voi, completamente vostro". Il più grande gesto di amicizia della storia: non un sentimento a parole, ma una vita donata. Ogni volta che partecipiamo alla Messa, quel gesto non resta nel passato, ma si rinnova: Gesù continua a donarsi a noi, oggi, proprio come allora. E allora capiamo realmente che Dio non ci ama a parole, ma con i fatti e ci insegna anche come vivere: diventando, a nostra volta, "pane spezzato" per gli altri, cioè persone capaci di donarsi, di condividere, di amare concretamente. Perché l'amicizia vera, quella di Gesù, non si spiega: si vive. Gesù non dice semplicemente: "Questo è il mio corpo", come se fosse qualcosa da osservare da lontano, come un oggetto in una vetrina. Aggiunge parole decisive, che cambiano completamente il significato: "offerto per voi". Non è solo presenza, è dono, è Qualcuno che si consegna. La Consacrazione ci insegna allora una verità fondamentale: la vita non è fatta per essere trattenuta, ma per essere donata. Spesso, invece, viviamo come se dovessimo proteggerci da tutto e da tutti.

Trattiamo la nostra vita, il nostro tempo, i nostri talenti come un tesoro da chiudere in cassaforte, per paura di sprecarli o perderli. Ma succede qualcosa di paradossale: ciò che non doniamo, lentamente si spegne. È come il pane: se lo lasci chiuso in un cassetto, dopo poco tempo ammuffisce e diventa inutilizzabile. Se invece lo condividi e lo mangi, diventa vita. Così è anche per noi. La vita è certamente un dono che riceviamo, ma è soprattutto un dono che va offerto agli altri. Più la doni, più cresce. Più la trattieni, più si impoverisce. Quante occasioni perdiamo per amare, per aiutare, per essere un dono per qualcuno? Fare della propria vita un dono significa cambiare prospettiva. Significa passare da una domanda che ci viene spontanea: "Cosa ci guadagno io?", a una molto più esigente, ma più vera: "Cosa posso fare io per te?".

Perché Gesù ha scelto proprio il pane? Avrebbe potuto scegliere qualcosa di spettacolare, come l’oro, per stupirci. Invece no: ha scelto il pane. La cosa più semplice, più quotidiana, più universale che esista. Il pane è di tutti, non è riservato a pochi. È essenziale, non accessorio. E soprattutto, il pane non si guarda soltanto: si mangia. Entra dentro di noi, si trasforma, scompare per diventare vita. Ed è proprio qui il cuore dell'Eucaristia. Si fa pane per essere vicino, accessibile, quotidiano. Non qualcosa da ammirare a distanza, ma qualcuno da accogliere. Gesù sceglie di essere fragile come il pane, pur di essere vicino a te. La paura più grande, spesso, è quella di restare soli. Di essere esclusi, dimenticati, traditi. Di non contare abbastanza. Ecco perché la Consacrazione è un momento così potente: è come se Gesù ti guardasse negli occhi e ti dicesse: “Io resto. Non me ne vado. Mi faccio piccolo, mi faccio pane, così posso entrare nella tua vita. Voglio abitare le tue paure, i tuoi dubbi, le tue gioie”. 

Gesù dice ai suoi discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni”. Non dice: “Solo quando siete perfetti”. Non dice: “Solo quando fate tutto bene”. Dice: “Tutti i giorni”. Anche quando sbagliamo. Anche quando ci dimentichiamo di Lui. Anche quando siamo confusi o arrabbiati. Anche quando ci sentiamo persi. L’Eucaristia è proprio il segno di questa fedeltà. Gesù rimane con noi. Non cambia idea. Non si stanca di amarci. Per questo la Messa non è un’ora “staccata” dalla vita reale, ma l’inizio di qualcosa. Quando il sacerdote dice: “Andate in pace” sta dicendo: “Adesso tocca a voi diventare quel pane”. Il miracolo dell’Eucaristia non finisce sull’altare, ma continua nelle nostre vite, ed è lì che diventa vita: non solo dentro di noi, ma attraverso di noi.

 

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