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Oltre i limiti della pandemia

Il “tessuto” delle relazioni

di suor M. Francesca Fera icms

(estratto dal MARIA DI FATIMA - n°8, dicembre 2020)

Portiamo impressa nel nostro essere - immagine e somiglianza di Dio - l’attitudine, innata e spontanea, a rapportarci con gli altri e con il mondo che ci circonda

 

San Giovanni Evangelista inizia così il Prologo del suo Vangelo: “In principio era il Verbo, il Verbo era Dio e il Verbo era presso Dio” (Gv 1, 1-2a). La parola greca che noi traduciamo con “presso” è “προ̒ς”, che letteralmente non significa “presso”, ma “verso” Dio. Il Verbo, quindi, non era “fermo” presso il Padre, ma era “verso” di Lui, cioè era rivolto, slanciato verso il Padre.

L’espressione greca delinea il dinamismo della relazione che spinge costantemente il Figlio verso il Padre, in una continua, perenne tensione d’amore, che ha caratterizzato tutta la vita terrena del Signore, quando il “Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14). “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30), “Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4, 34),”Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8,29): Gesù viveva del Padre, il Padre era la sua coscienza; la gloria del Padre era ciò che penetrava tutta la sua Umanità, la motivazione essenziale della sua vita, morte e risurrezione.

 

NON POSSIAMO MAI “ESSERE SOLI”

Nel Battesimo noi siamo “innestati” in Cristo e con Cristo nel Padre. La Grazia che riceviamo ci rende figli nel Figlio. Per questo siamo anche noi immersi in questa relazione d’amore che avvolge la nostra persona ed esistenza. Di fatto non possiamo mai essere soli, perché in qualsiasi momento e luogo - fosse anche il più sconosciuto della terra o nella notte più oscura dell’anima - possiamo sempre rivolgerci al Padre che, avendoci generati e redenti, mai ci abbandona in balia di noi stessi.

Nel crearci a sua immagine e somiglianza, ci ha fatti esseri “in relazione”, perché Lui stesso è Trinità, comunione d’amore tra le Tre Persone Divine. Portiamo impressa nel nostro essere l’attitudine, innata e spontanea, a rapportarci con gli altri e con il mondo che ci circonda. La relazione non è qualcosa di “esterno”, che abbiamo ricevuto, ma è qualcosa che ci identifica come esseri umani. È parte costitutiva della nostra identità, così come lo era dell’identità di Cristo e della sua vita terrena.

 

COLTIVARE RELAZIONI PROFONDE

Il Signore poteva scegliere tanti modi per venire al mondo, ma ha voluto nascere in una famiglia umana, e ha instaurato rapporti di profonda amicizia soprattutto con gli Apostoli, così come con Marta, Maria e Lazzaro e tante altre persone. L’esempio di Gesù ci ricorda il valore delle relazioni umane e l’importanza che esse hanno per rafforzarci nel vincolo dell’Amore con Dio e con i fratelli: “Il Verbo si fece carne”. Coltivando legami profondi e autentici, permettiamo all’Amore del Signore di rendersi presente nei nostri rapporti e nelle situazioni in cui ci troviamo a vivere, perché tutto ciò con cui veniamo in contatto venga trasformato, trasfigurato dal Suo Spirito e porti impresso il sigillo della sua Bontà. “Non permettere mai - scriveva Madre Teresa di Calcutta - che nessuno venga a te e vada via senza essere migliore e più contento. Sii l’espressione della bontà di Dio, bontà nel tuo sorriso e nel saluto…”.  La nostra vita è intessuta di relazioni: esse costituiscono l’ordito e la trama della nostra quotidianità. Noi tutti siamo “figli” e lo siamo perché abbiamo un padre e una madre; siamo “fratelli” o “sorelle”, perché abbiamo uno o più fratelli o sorelle. L’ essere in relazione è connaturale al nostro stesso essere. Possiamo dire che noi non “siamo” e basta, ma noi “siamo per” Dio e per gli altri. Se chiudessimo queste due finestre - che nella nostra identità sono aperte fin dal concepimento - diventeremmo una “stanza” chiusa, buia, priva di speranza. 

 

L’EMERGENZA COVID

L’istinto di comunicare, di condividere la nostra interiorità fa parte di noi così fortemente che durante questo tempo di pandemia tutti - chi più chi meno - ci siamo ritrovati in uno stato di isolamento “forzato” e abbiamo avvertito un forte disagio nel non poter vedere personalmente familiari, amici, parenti, con cui abitualmente siamo in contatto. Abbiamo constatato, inoltre, come tutte le modalità consentite dai social per vedersi e parlarsi virtualmente, per quanto abbiano aiutato la comunicazione e affievolito la “nostalgia”, non possono in alcun modo sostituirsi all’incontro personale.

Quando ci si ritrova da soli, non è facile scontrarsi con se stessi, perché, non essendoci le distrazioni del tram-tram quotidiano, affiorano alla mente tanti pensieri, dubbi, ansie, incertezze. Tutto questo, da un lato, ci fa comprendere l’essenzialità del rapporto con Dio, l’unico che può colmare il vuoto che a volte avvertiamo dentro di noi. Dall’altra, ci conferma la facilità con cui diamo per scontato il dono degli altri e della loro presenza accanto a noi. Tuttavia, è proprio nell’esperienza relazionale che troviamo, a volte, la chiave di lettura per rispondere alle sfide che la realtà ci mette davanti.

 

L’UMANITÀ IN CRISTO, “CANALE DI SALVEZZA”

Alle parole di S. Giovanni “Verbum caro factum est” fanno eco quelle di Tertulliano, un padre della Chiesa: “Caro cardo salutis”: la carne è il cardine della salvezza. Questa espressione, a mio parere molto significativa, sottolinea che, se la salvezza dell’uomo si è realizzata attraverso l’Incarnazione del Figlio di Dio, solo la nostra umanità può essere il canale per portare la salvezza ai fratelli. L’umanità di Cristo si deve fare “carne” nella nostra carne. La nostra umanità deve farsi docilmente piallare dall’azione della Grazia che, ogni momento, attende il nostro “sì” per poterci gradualmente modellare, sull’esempio di quel mansuetissimo Agnello, che per noi si lasciò svenare, senza fare un lamento.

Non sono tanto le nostre parole, né i nostri pensieri o la nostra immaginazione, ma è la nostra testimonianza fatta di accoglienza, carità, verità e misericordia verso l’altro che lo fanno sentire “raggiunto” dalla salvezza del Signore, strappato dal vuoto della sua esistenza. “Quando ci imbattiamo in uno sguardo pieno di vera tenerezza nei nostri confronti, ci rendiamo conto che c’è un’alternativa all’odio e alla rabbia verso noi stessi” (Juliàn Carrón, Il Brillio degli occhi, che cosa ci strappa dal nulla? Editrice Nuovo Mondo 2020, p.51). Se ognuno di noi pensa che cosa abbia realmente cambiato la sua vita, nella maggior parte dei casi, c’è stato l’incontro con una o più persone, incontro che ha segnato una tappa fondamentale della nostra “inversione di rotta”.

 

LA VERA AMICIZIA CI TRASFORMA

L’amicizia vera è fondata in Cristo e si basa su rapporti autentici, stabili, profondi: questa è la carne che ci strappa dal nulla e segna la nostra quotidiana “rinascita”. La vera amicizia ci trasforma e, nel corso del tempo, ci fa scoprire degli aspetti della nostra personalità che, a volte, non sapevamo nemmeno di avere. Ci rende capaci di dare il meglio di noi nella donazione al Signore e alla sua volontà, in qualsiasi forma essa si presenti. “Se non ami il fratello che vedi” - scrive S. Giovanni - “come puoi amare Dio che non vedi?” (1 Gv, 4-20).

“L’amicizia è un’esperienza. Ma anche la fede è un’esperienza e lo è anche la Verità. Se quello in cui crediamo non è visibile, non ci serve a nulla” (Luigi M. Epicoco, Qualcuno a cui guardare, Ed. Città Nuova 2019, p.120).

 

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