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"Per aspera ad astra", educare i figli alla RESILIENZA

di Saverio Sgroi                                                                                                           (tratto dal sito https://saveriosgroi.it)

Quando parliamo di educazione, i primi su cui bisogna puntare il faro per fare luce siamo noi adulti: non tanto perché siamo la causa diretta della fragilità dei nostri ragazzi, ma perché molto spesso siamo una delle concause. Oltre a ribadire l’importanza dell’esempio che, da adulti, siamo chiamati a dare ai nostri ragazzi, può essere infatti molto utile fare alcune considerazioni su come noi adulti abbiamo contribuito a cambiare il mondo nel quale crescono i nostri figli.

Un primo sguardo possiamo darlo alla precarietà ed alla liquidità del contesto attuale. La nostra epoca è caratterizzata da un’estrema complessità, probabilmente mai sperimentata prima di adesso. Una delle conseguenze di questa complessità è la frammentazione che riguarda la vita di molte persone, soprattutto giovani, che si trovano a crescere senza punti di riferimento chiari come di solito avveniva fino a qualche decennio fa; senza quei “riti di iniziazione” che in passato segnavano il passaggio all’età adulta; senza quelle certezze – seppur minime – sul futuro che permettevano di investire sulla propria formazione e sulla propria crescita. La nostra è un’epoca incerta, probabilmente un’epoca di transizione tra un passato le cui caratteristiche non torneranno più ed un futuro che si fatica a delineare con chiarezza.

Un secondo fattore importante su cui possiamo soffermarci è il passaggio epocale dalla famiglia normativa a quella affettiva. Si tratta di due modelli di funzionamento familiare che presentano ruoli, stili di vita e obiettivi diversi. Nella famiglia etico-normativa di qualche decennio fa i figli erano al centro di un progetto ben definito che prevedeva l’uscita dal nucleo familiare e la costituzione di una nuova famiglia attraverso il matrimonio, famiglia che, a sua volta, funzionava in maniera identica a quella di provenienza. L’educazione seguiva schemi sostanzialmente normativi: i figli erano considerati tabula rasa su cui l’educatore costruiva il sapere e l’essere, rifacendosi al principio dell’obbedienza.

Nella famiglia affettiva contemporanea, il matrimonio è solo un’opzione tra le tante nel progetto che riguarda i figli, progetto che molto spesso è labile e poco chiaro, quando non è del tutto assente. Il figlio della nuova famiglia affettiva è spesso “unico” e cercato intenzionalmente, con un conseguente investimento affettivo fortissimo. Il paradigma educativo non è più quello dell’obbedienza ma quello della comprensione e dell’evitamento del conflitto.

Nella famiglia affettiva si assiste spesso a un diverso modo di interpretare il ruolo paterno e materno rispetto al passato. Il padre non è più l’incarnazione dell’autorità e della legge ma assume un ruolo più pacifico, affettivo, da mediatore. La madre, di contro, si trova spesso fuori dalle mura domestiche per lavoro, ed il tempo che riesce a dedicare alla famiglia ed ai figli in particolare si è notevolmente ridotto rispetto al passato. Questo genera non poche volte un senso di colpa che la spinge ad essere meno esigente nei confronti dei figli, secondo lei già penalizzati dalla sua scarsa presenza in casa. La  conseguenza è che molto spesso i genitori abbassano la soglia di dolore mentale che ritengono giusto somministrare ai propri figli a fini educativi. L’obiettivo diventa quello di preservare una pacifica e intensa relazione, per compensare la lontananza che caratterizza la quotidianità.

Gli adolescenti così arrivano alle soglie della pubertà con una forte centralità soggettiva, caricati di aspettative da parte dei genitori, e soprattutto avendo sperimentato bassissimi livelli di dolore mentale che si traducono in una scarsa capacità di tollerare la frustrazione. Tutto ciò ha contribuito a formare una generazione di adolescenti estremamente fragili e ai quali può giovare la virtù della fortezza, particolarmente adatta ad affrontare i periodi di crisi del mondo contemporaneo.

Ma che cosa è la fortezza e come possiamo fare per aiutare i nostri figli ad acquisirla? Con questo termine ci riferiamo a quella qualità che rende capaci di resistere alle difficoltà della vita ma anche di raggiungere più facilmente gli obiettivi prefissati. Oggi parlare di fortezza è inusuale; per indicare questa qualità si usa più spesso la parola resilienza. Si tratta di un termine che ha origine dalla fisica e che indica la proprietà di un materiale di resistere agli urti senza rompersi. Dal punto di vista psicologico, invece, è molto interessante la definizione che dà Wikipedia: la resilienza è una parola che indica la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.

La resilienza, quindi aggiunge all’idea tradizionale di fortezza il saper fare tesoro dei nostri errori, così da riorganizzarci e di riscoprire possibilità prima ignorate. Pensiamo ad esempio a come la pandemia da Covid ci offra la possibilità, in un contesto comunque negativo, di valorizzare realtà come la relazione o il contatto fisico con gli altri, alle quali forse ci eravamo abituati tanto da perdere di vista la loro importanza per la nostra vita.

Ma eccoci arrivati ad alcuni consigli che possono essere utili nell’educazione alla fortezza (o alla resilienza, se vi piace di più) dei nostri figli. A cominciare dal permettere loro di sperimentare il sacrificio. La capacità di rinunciare a qualcosa fortifica la volontà, aumenta la sensibilità e aiuta a capire il valore delle cose. Guardate che non è facile perché da un lato siamo immersi in un clima di benessere che ci ha come storditi e anestetizzati, dall’altro rischiamo di manifestare una rigidità, magari inconsapevole, nei confronti di un contesto da cui vogliamo prendere le distanze. In questo senso diventa importante, ad esempio, incoraggiare esperienze come lo sport (soprattutto di squadra), il volontariato, i progetti scolastici, esperienze che possano aiutare i nostri figli a mettersi alla prova; dare loro incarichi e compiti da svolgere in casa; prestare attenzione alla dimensione economica: è bene che i figli si abituino a impegnarsi personalmente per raggiungere i loro piccoli obiettivi economici. In sostanza si tratta di abituarli alla conquista delle mete, allo sforzo per raggiungere gli obiettivi, all’impegno che permetta loro di cogliere il valore delle cose, di vivere la sobrietà nella gestione del tempo, nel modo di vestire, nel cibo. Oggi i ragazzi sono abituati ad avere tutto subito e questo ha formato una generazione spenta, che non sa più desiderare.

Un altro attualissimo ambito di applicazione è l’uso dei cellulari: possiamo abituarli a difendere il loro tempo ed il loro spazio dall’invasività della realtà digitale. Questo significa aiutarli a liberare alcuni momenti della giornata dalla presenza degli smartphone; penso ad esempio al momento dei pasti o a quando comunque si sta assieme in famiglia. Ovviamente, ancora una volta, l’efficacia di questa misura è legata all’esempio che noi adulti per primi ci sforziamo di dare.

Per far crescere i nostri figli nella fortezza possiamo aiutarli a scoprire e coltivare i propri talenti. Per loro è più facile mettere lo sforzo adeguato se l’orizzonte è ampio, elevato: se ne vale la pena! Se c’è la motivazione i ragazzi fanno tutto.

L’ultimo punto lo vorrei dedicare proprio al titolo di questo articolo. Le parole latine “Per aspera ad astra” si possono tradurre in due modi. La prima versione è che la strada che porta alle cose alte è difficile; bisogna impegnarsi, sforzarsi (per aspera), per arrivare a quelle realtà elevate (ad astra) che vale la pena raggiungere. La seconda versione della traduzione è più affascinante: attraverso le difficoltà (per aspera) è possibile arrivare  alle stelle (ad astra); è una interpretazione che mi piace molto perché ha a che vedere con il desiderio, la cui etimologia è legata alle stelle. Educare il desiderio è molto importante per aiutare le persone ad andare al di là della dimensione del mero bisogno. Il desiderio ci introduce al mistero, ci fa relazionare all’altro come un mistero, ci fa vivere la vita stessa come un mistero, con stupore, meraviglia e con la consapevolezza che gli altri sono irriducibili alle nostre necessità.

C’è un forte legame tra l’educazione del desiderio e la virtù della fortezza. Un legame che è evidente , per esempio, se pensiamo a quanto è importante aiutare bambini e ragazzi a coltivare il pudore. Il pudore custodisce il mistero delle persone e del loro amore. Esso permette di scoprire e proteggere il tesoro che ci portiamo dentro, per condividerlo con chi se lo merita, con chi ci merita. Vivere il pudore richiede molta fortezza, senza la quale diventa difficile difendere la nostra intimità. “I bambini e gli adolescenti sono per natura superficiali. Cominciano a conoscersi partendo dalla superficie e giocano tutto sulla superficie. Solo gradualmente scoprono la propria profondità e quindi identità”, scrive Alessandro D’Avenia. Per questo dobbiamo incoraggiare i nostri figli a vivere quelle esperienze che possono aiutarli a coltivare l’interiorità: il silenzio, la lettura, la lentezza, la solitudine.

L’educazione del desiderio, infine, passa da quella dell’affettività in senso ampio, che vuol dire insegnare ai nostri figli non solo a interpretare le emozioni che provano ma anche ad andare al di là delle emozioni stesse che, se non accompagnate anche da sentimenti e passioni, andrebbero a costituire un’affettività molto povera e fragile: “La vita emozionale di oggi è un misto di anestesia e droga. Gli impatti ripetuti diminuiscono la sensibilità. L’individuo è in uno stato di permanente eccitazione. Si emoziona molto ma non sa più sentire. E’ allo stesso tempo sovraeccitato e insensibile”. Così scrive Michel Lacroix nel suo libro Il culto dell’emozione. Queste parole ci aiutano a comprendere meglio quanto sia importante educare l’affettività per aiutare i ragazzi a superare le difficoltà a pensare, ad ascoltare, ad attendere, a comprendere.
Per aiutarli  saper amare.

 

 

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