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PIER GIORGIO FRASSATI

Un giovane come tanti, un esempio per tutti

di Giulia Pericci

Una fotografia lo ritrae in cima a una montagna, gli occhi pieni di luce e un volto che sembra sorridere al vento. Non pare affatto l’immagine di un santo. Eppure è proprio questa la cosa straordinaria di Pier Giorgio Frassati: la sua santità non aveva niente di distante, di fuori dal mondo. Era radicata al suolo, nella fatica, nella gioia concreta di vivere.

Nato a Torino il 6 aprile 1901, Pier Giorgio era figlio di Alfredo Frassati — fondatore del quotidiano “La Stampa” e in seguito ambasciatore italiano a Berlino — e di Adelaide Ametis, pittrice di talento. Una famiglia benestante, colta, di rilievo sociale. Un contesto che avrebbe potuto renderlo un giovane privilegiato e disattento.

Non fu così.

Fin da piccolo mostrò un carattere fuori dal comune: allegro, irruente, capace di ridere di tutto, ma allo stesso tempo profondamente sensibile alla sofferenza degli altri. Crescendo, questi due aspetti non si separarono mai. Rimasero insieme, intrecciati, come fili di una corda.

A sedici anni entrò a far parte della Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, un’associazione cattolica di assistenza ai poveri. Pier Giorgio frequentava i quartieri più miseri di Torino, portava soldi, medicine, cibo, carbone. Lo faceva spesso in segreto, tornando a casa senza un soldo, avendo dato ai bisognosi perfino il denaro che aveva ricevuto per un biglietto del tram.

Si iscrisse alla facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino; aveva scelto Ingegneria mineraria perché voleva, così diceva, «andare a stare coi minatori».  Il suo era un programma di vita. Voleva stare dove la vita sembrava pesare di più.

Pier Giorgio era un cattolico convinto e praticante: andava a Messa ogni mattina, si confessava regolarmente, si nutriva dell’Eucaristia.  Poi usciva però, scalava montagne, scherzava con gli amici, andava in bicicletta, faceva escursioni con il gruppo alpino, leggeva Dante e Cervantes, si batteva per la giustizia sociale. Un’energia che sorprendeva tutti.

Fu anche membro dell’Azione Cattolica e della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana), e si avvicinò al Movimento sindacale cristiano, convinto che la fede dovesse tradursi in impegno civile e politico concreto. In un’epoca in cui il Fascismo stava prendendo piede in Italia, Pier Giorgio non si tirò mai indietro: fu anche picchiato dai fascisti durante una manifestazione, ma non si intimidì.

Nel giugno del 1925, mentre si trovava a casa per i funerali della nonna materna, contrasse il tifo. Probabilmente aveva preso l’infezione durante le sue visite ai malati nei quartieri poveri. Si ammalò in silenzio, quasi senza dire niente, perché non voleva disturbare una famiglia già in lutto e già segnata da una crisi coniugale profonda tra i suoi genitori.

Morì il 4 luglio 1925, a soli ventiquattro anni.

Ai funerali, la famiglia si aspettava una cerimonia raccolta, tra amici e conoscenti. Invece le strade di Torino si riempirono di una folla immensa: centinaia di poveri, operai, mendicanti, malati che Pier Giorgio aveva aiutato e che nessuno in casa conosceva. Solo allora la famiglia capì davvero chi era il figlio: un’anima buona e lucente, in un mondo necessitante di colore e vita.

Giovanni Paolo II lo beatificò il 20 maggio 1990, durante la Giornata Mondiale della Gioventù a Roma. Lo chiamò «l’uomo delle beatitudini».

 

Una fonte di ispirazione

Viviamo in un’epoca che fatica a proporre modelli credibili ai giovani. I social media costruiscono identità irreali. Il successo si misura in follower, in visibilità, in quanto e come si appare. La solidarietà diventa spesso un atto di performance, qualcosa da documentare, pubblicare, che perde di spontaneità.

In questo panorama, Pier Giorgio è una figura che smonta la facciata.

Egli era davvero felice. Non una felicità costruita, non una serenità artificiale: una gioia concreta, di chi sa perché si alza la mattina. Aveva un cammino interiore chiaro, e quella chiarezza gli dava libertà. Non aveva bisogno di approvazione, non aveva bisogno di apparire. Donava in segreto, viveva intensamente, amava profondamente e questo gli bastava.

Una vita, la sua, in cui quotidianità e fede si fondevano perfettamente, senza separarsi mai. Non c’era una vita “religiosa” separata da una vita “normale”. La preghiera e la montagna, la Messa e i poveri, la politica e l’amicizia: tutto faceva parte di un unico gesto, di un unico atto di vivere.

Un giovane, oggi, potrebbe trovare in lui qualcosa di raro: la prova che è possibile essere profondi senza essere tristi, credenti senza essere chiusi, impegnati senza essere stanchi. La prova che si può ridere forte e pregare forte, scalare una vetta e inginocchiarsi davanti a un povero, avere degli ideali senza farne una bandiera da sventolare.

C’è un'altra cosa, però che Pier Giorgio insegna: il coraggio di fare le cose piccole. Non aspettò di avere trent'anni, una laurea, una posizione. Aiutava adesso, con quello che aveva, dove si trovava. 

Pier Giorgio non visse nel nostro tempo, non navigava sui social, non era assillato dai ritmi frenetici di un’epoca digitale. Ma proprio per questo, forse, ha qualcosa da dire con più forza.

In lui c’è la risposta a una domanda che ogni generazione si pone, e che la nostra si pone con particolare grido: è possibile essere se stessi? È possibile volersi davvero bene, voler bene davvero agli altri, senza fingere e senza dover apparire diversi da noi stessi?

Pier Giorgio risponde di sì. Non con un argomento, ma con la sua vita.

Forse più convincente di mille parole.

 

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