Pillole di SpiritualiTà
Dio ha nascosto nella sua parola tutti i tesori, perché ciascuno di noi trovi una ricchezza in ciò che contempla. (Sant'Efrem)
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Nella brezza leggera del mattino di Pasqua
Editoriale “Maria di Fatima” – n. marzo – aprile 2025
di padre Mario Piatti icms
Da ragazzo, durante una “uscita” con il gruppo scout di cui facevo parte, passammo accanto a un piccolo cimitero, immerso nel verde della campagna lombarda. Incuriositi, leggemmo una scritta, ben evidente sopra l’entrata: MEMENTO MORI. Chi sarà mai? – mi chiese un “compagno” di avventure, che era accanto a me. Mah!, risposi io, forse qualche brava persona di questo paesino… La nostra totale ignoranza del latino – che meriterebbe qualche legittimo rimprovero, ancora oggi – era allora parzialmente giustificata dal livello scolastico (II-III media) appena raggiunto.
Quelle due parole, come ben sappiamo, non si riferiscono a una persona, ma rappresentano un incisivo invito, assai forte e perentorio, a riflettere sul proprio destino: “Uomo, ricordati che devi morire!”. Espressioni del genere comparivano, talvolta, su lapidi e iscrizioni romane, richiamando il viandante a valutare il senso e la meta del suo cammino. Abbastanza noto, a esempio, è il monito, presente qua e là, tra antiche sepolture: “Quod es fui, quod sum eris”. Vale a dire: “Attento! Quello che ora tu sei, lo sono stato anch’io, un tempo; ma tu sarai un giorno quello che io sono ora”.
Cioè: polvere, ombra e sbiaditi ricordi…
La riflessione sui “Novissimi” – oggi largamente disattesa ed esorcizzata, anche nelle nostre assemblee liturgiche: creerebbe troppo imbarazzo e probabilmente costringerebbe, una volta tanto, a ragionare… – in fondo non fa del tutto male, non è mai né inutile né superflua. Ci aiuta, piuttosto, a considerare la nostra esistenza da una prospettiva diversa: con gli occhi della fede, evitando le false illusioni che il mondo vorrebbe costringerci ad accettare e a subire.
Non siamo eterni, quaggiù: siamo appunto in cammino, viatores, viandanti e pellegrini, nei solchi della storia. Il benessere, ampiamente acquisito, almeno nella civiltà “occidentale”, e il tenore di vita comunque elevato, rispetto al passato (nonostante le varie e ricorrenti crisi economiche e sociali), non bastano a vincere la sfida degli anni e a evitare quell’inevitabile varco, che tutti accomuna e che, fatalmente, segna il termine dei nostri giorni.
Queste considerazioni non costituiscono, per il credente, un motivo di depressione o di disperazione: se mai, un profondo ulteriore appello alla conversione, a prendere sul serio la propria esistenza, a rinnovare il cuore nella luce della Rivelazione e a “svegliarsi” dal torpore, in cui i fatti e le preoccupazioni quotidiane rischiano di imprigionarci.
Siamo fatti per vivere, per incontrare il Signore; per condividere nella gioia, sulla terra, i passi con i nostri fratelli e le nostre sorelle, con i quali speriamo un giorno di godere eternamente la beatitudine del Cielo.
Siamo pellegrini, ma “di speranza”, come ci ricorda l’Anno Giubilare in corso. Siamo pellegrini che non vogliono perdere il loro tempo rincorrendo i falsi idoli della nostra epoca, ma vogliono riempirlo di Grazia, di amore, di vera carità. Abbiamo un potenziale di bene infinitamente più grande degli arsenali del mondo: la nostra luce è la preghiera, la nostra forza il perdono, il nostro cibo l’Eucaristia.
Quell’antica espressione latina potremmo ritradurla così: Ricordati, fratello, che devi vivere; che sei chiamato ad accogliere con gratitudine e a vivere intensamente ogni frammento di tempo che ti è donato in terra, pregustando già ora – pur in mezzo alle prove e alle sofferenze del presente – le primizie di una gioia che sarà definitiva in Cielo.
Ricordati che devi vivere, che sei destinato a vivere per sempre.
“Siamo nati e non moriremo mai più” diceva Chiara Corbella, sposa e mamma, morta in concetto di santità. La Madonna, a Fatima, preannunciò a Lucia: “Giacinta e Francesco presto verranno in Cielo”, confermando le parole di San Paolo: “Ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura, che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18).
Questa è la nostra Fede, nel Cristo Risorto.
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