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S. Giovanni della Croce e la vetta del Monte Carmelo

DALL' OSCURITÁ DELLA NOTTE ALLA PIENEZZA DELLA LUCE

 

di padre Franco Senigagliesi icms

Le origini

Juan de Yepes Alvarez nasce a Fontiveros, una cittadina fra Ávila e Salamanca, il 24/6/1542. Il papà, Gonzalo, apparteneva ad una nobile e ricca famiglia di Toledo, ma per essersi innamorato e sposato con Caterina, che era invece di umilissime origini, viene diseredato. Giovanni, ultimo di tre figli, nasce quindi in una famiglia poverissima. La morte prematura del padre, getta Caterina e i figli in una miseria ancora più cupa. Ella si reca allora a Toledo a bussare alla porta dei ricchi parenti del marito in cerca di aiuto, in fondo nei figli scorreva il loro medesimo sangue, ma invano. Dopo aver girovagato per varie città, si stabiliscono a Medina del Campo. Qui Giovanni, a otto anni, entra nel “Collegio della Dottrina”, sorto per dare istruzione ai più poveri, e lì compie i primi studi. Per aiutare la famiglia si adatta a compiere vari lavoretti, ma, nonostante l’impegno profuso, Giovanni si rivela inabile per i lavori manuali. Dove invece eccelle è nell’accudire i malati nell’ospedale “de las bubas” (dei tumori). Avendo sofferto, è toccato nel profondo anche dalla sofferenza altrui; accudisce i “suoi malati” con amore impareggiabile. Anche negli studi, Giovanni mostra un’intelligenza brillante, sebbene ad essi possa dedicare solo i ritagli di tempo, a volte di notte. A 17 anni viene ammesso a frequentare come esterno il collegio dei Gesuiti dove riceve una solida formazione umanistica.

La chiamata e la Riforma dell’Ordine Carmelitano

Attratto dalla vocazione religiosa, a 21 anni entra nell’Ordine Carmelitano. Inviato alla prestigiosa Università di Salamanca a completare gli studi filosofici e teologici, a 25 anni è ordinato sacerdote. La rilassatezza in cui versava l’Ordine però, e il suo desiderio di una vita più contemplativa, lo portano a decidersi per la vita certosina. Quando la decisione è ormai presa, avviene l’incontro con una suora straordinaria: Teresa di Gesù, la riformatrice dell’Ordine Carmelitano femminile. Nel dialogo che segue, ella vede in quel giovane padre timido e impacciato, l’uomo scelto da Dio per estendere la riforma anche al ramo maschile dell’Ordine. Giovanni accetta e la riforma ha inizio. Questa costerà a p. Giovanni, divenuto “della Croce”, innumerevoli contraddizioni: calunnie, prove e sofferenze di ogni tipo. I non riformati arrivano a gettarlo in una prigione angusta, tanto da non potersi alzare in piedi e così fredda e umida, che l’abito gli marcisce addosso; come unico cibo pane e acqua. “Divorato dalla fame e dai pidocchi, consumato dalla febbre e dalla debolezza è dimenticato da tutti” fuorché da Teresa che si adopera in ogni maniera per la sua liberazione. Quei nove, terribili mesi, che avrebbero potuto portarlo alla disperazione, gli fanno toccare invece la vetta dell’unione con l’Amato. Per usare un’immagine cara a s. Teresa, il bruco diviene crisalide e dal “casulo” esce la farfalla.  E’ in quel luogo che Giovanni concepisce le sue opere più importanti.

Le vette dell’Amore

Dopo la fuga rocambolesca dal carcere, Giovanni si dedica instancabilmente alla Riforma: apre nuovi conventi, visita gli altri, animando e confortando. Ricopre vari incarichi, e scrive le sue opere cercando di non “rubare il tempo”. È sempre gioioso. Quando visita i conventi delle monache, queste si accalcano alla grata e lui le intrattiene, le fa ridere con le sue storie; solo non si deve parlare di Dio, perché altrimenti Giovanni va in estasi. A Segovia Gesù gli parla da un Crocefisso e gli chiede quale ricompensa volesse per il tanto che aveva fatto per Lui ed egli risponde: “Soffrire ed essere disprezzato per voi”. Sembra proprio che Gesù accetti: Giovanni si vede relegato a ruoli sempre più marginali. Nell’ultimo Capitolo esce, lui, Padre della Riforma, senza alcun incarico. Gli offrono la possibilità di scegliere il convento dove andare e lui sceglie quello dove sapeva esserci il superiore a lui più contrario. Questi, infatti, non gli risparmia prove e umiliazioni. È malato ad una gamba di una periostite acuta che lo fa soffrire tremendamente. È sottoposto a operazioni chirurgiche che hanno del supplizio (dovettero asportagli frammenti di osso). Non può alzarsi. A volte rimane senza cibo 2-3 giorni. Ma è immerso ormai in una pace imperturbabile, soffre e offre con indicibile pazienza. Non tutti però gli sono contrari. Ad un umile fratello che lo amava, chiede con tenerezza: “Soffrirai molto per la mia morte?” Due giorni prima della morte, di cui Giovanni sapeva giorno e ora, chiede perdono al superiore per gli incomodi arrecati e chiede la grazia di un saio per essere vestito nella bara. A questa nuova dimostrazione di umiltà il superiore, fino ad allora avverso, crolla, si inginocchia ai piedi del letto e piange chiedendo perdono. Il giorno 13 dicembre, verso sera, Giovanni chiede più volte l’ora. I frati recitano le preghiere degli agonizzanti, ma lui chiede che gli si declamino piuttosto alcune strofe del Cantico dei Cantici. “Rompi la tela ormai al dolce incontro”, era il titolo di una sua poesia. Appena passata la mezzanotte, dice che avrebbe cantato Mattutino in Cielo e si spegne con le parole: “Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito”. Aveva appena 49 anni. Giovanni non ha scritto molto, non ne ha avuto il tempo. Le sue opere, tuttavia, sono straordinarie per dottrina unita all’esperienza, e tracciano il cammino per giungere alla vetta della montagna che è Cristo. Le sue poesie rimangono qualcosa di ineguagliabile, sia dal punto di vista mistico che letterario, collocandolo a pieno titolo anche nella storia della letteratura spagnola.

 

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