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S. LUIGI GONZAGA, Patrono della gioventù cattolica

Cuore puro, cuore che si dona

di fr. Alberto Guerrera icms

La sera del 22 dicembre 1876 Don Bosco raccontò ai suoi giovani una meravigliosa visione: gli era apparso il suo allievo prediletto, Domenico Savio, morto ben diciannove anni prima. Domenico apparve a capo di una schiera di giovani, i quali indossavano “una tunica candidissima, tutta trapuntata di diamanti, che scendeva loro fino ai piedi, ed un’ampia fascia rossa, tempestata di gemme, che cingeva loro i fianchi”.

Incuriosito ed estasiato dagli abiti bellissimi che quei giovani indossavano, don Bosco chiese spiegazioni al suo ex allievo. A rispondere fu il coro dei giovani: «Essi ebbero i fianchi cinti e lavarono le loro vesti nel Sangue dell’Agnello. Essi sono vergini e seguono l’Agnello dovunque vada».

Allora don Bosco comprese: la fascia rossa che indossavano era “simbolo dei sacrifici e quasi del martirio sofferto per conservare la virtù̀ della purezza”.

Nel libro “Santi dei nostri giorni”, il cardinale Angelo Comastri dice espressamente: “il tema della purezza! Chi ne parla più? Chi ha il coraggio di parlarne ancora?”

Eppure solo un cuore puro può arrivare a vedere Dio (cfr. Mt 5,8). Questo lo compresero benissimo i santi, di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Ve ne sono poi alcuni che si sono particolarmente distinti come campioni della purezza. Il prossimo 21 giugno ne ricorderemo uno in particolare: san Luigi Gonzaga.

Chi era s. Luigi?

Nato il 9 marzo 1568 a Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, egli era il figlio primogenito del marchese Ferrante ed il suo futuro sembrava già segnato. Come dice il proverbio, però, “l’uomo propone ma Dio dispone”, ed i piani dell’Altissimo era ben differenti da quelli del padre terreno.

Il piccolo Luigi venne iniziato giovanissimo alla vita agiata e viziosa delle corti del tempo. Ambienti corrotti e corruttori che avrebbero potuto strappare Luigi dal cammino che Dio aveva scelto per Lui. Non andò così ed il piccolo Luigi finirà per consacrarsi spontaneamente a Maria Santissima all’età di 10 anni. Da quel momento iniziò una ferrea vita di preghiera e di mortificazione, sfruttando anche una brutta malattia (per la quale gli venne prescritta una dieta durissima, a pane e acqua) per fare penitenza.

Fu nel periodo della sua adolescenza che comprese: per salvarsi l’anima avrebbe dovuto lasciare questo mondo fatto di vizi e vanità. Scelse di entrare nella Compagnia di Gesù, ordine fondato da s. Ignazio di Loyola nel 1540. Quando lo scoprì, il padre si oppose in maniera violenta. Tentò di dissuaderlo e di “distrarlo”, sperando che finisse per recedere dai suoi propositi. Non ci fu niente da fare, Luigi fu irremovibile ed anche il padre dovette arrendersi.

Non fu l’unico a dispiacersi: anche la popolazione semplice, la quale lo stimava, ebbe a rammaricarsi della rinuncia alla primogenitura del giovane Gonzaga. Essi dicevano “non eravamo degni d’averlo per padrone… egli è un santo e Dio ce lo ha tolto”.

Chi sembrava entusiasta della situazione era il fratello minore, Rodolfo, che sarebbe diventato marchese con tutti i privilegi che quel titolo comportava. Il vero affare, ovviamente, lo fece il nostro santo, già dichiarato beato nel 1605 (a soli quattordici anni dalla morte), mentre lo sciagurato fratello finirà la sua vita scomunicato ed assassinato.

Entrato finalmente in religione, egli si distinse per la sua vita austera e di preghiera. Egli era talmente abituato a fare penitenza che i suoi superiori dovettero cercare di moderare i suoi “eccessi” ascetici.

Ed è qui che entrano in gioco le maldicenze che nel corso dei secoli successivi verranno messe in giro nei confronti del santo mantovano. Soprattutto nell’ottocento ed inizio novecento, infatti, la sua santità verrà non riconosciuta se non addirittura ostacolata. Come non citare la frase di Vincenzo Gioberti (sacerdote, filosofo e primo ministro del regno di Sardegna), il quale disse che la santità del Gonzaga fosse “inutile e dannosa a imitarsi”.

Inutile e dannosa perché vista come un ripiegamento verso sé stessi, una negazione della propria vita e della bontà delle cose create. Se ci pensiamo bene è l’idea che oggi hanno molti quando si parla di purezza. Un giovane che provi a rimanere casto, ad esempio, è spesso e volentieri visto come un frustrato, imprigionato da una morale asfissiante che lo limita, impedendogli di essere veramente sé stesso.

La vera purezza cristiana

La purezza, nel suo significato etimologico, ha a che fare con la qualità di una sostanza che non contiene elementi estranei. Così un figlio di Dio, si mantiene puro quando si rende il più possibile vicino all’immagine di Colui che lo ha creato, cioè quando non contiene quell’elemento estraneo al disegno di Dio che è il peccato. Questo non porta ad un ripiegamento, bensì al dono di sé.

La persona riconosce che la vita stessa è dono di Dio e che il nostro compito è quella di donarla. Donarla a Dio e ai fratelli.

Così fece Luigi, il quale, entrato in religione, decise di non esigere per sé alcun privilegio derivante dalle sue origini nobili (il suo motto era “come gli altri”). Volle essere, usando un termine caro a papa Benedetto XVI, “per gli altri”, arrivando a donare la sua stessa vita.

Anno 1591. Era da poco scoppiata una brutta epidemia di tifo e Luigi, scorgendo un povero moribondo abbandonato per strada, se lo caricò sulle spalle e lo portò all’ospedale della Consolata. Per quel gesto di carità finirà per ammalarsi. Morirà poco dopo a soli 23 anni. Quel cuore puro, dopo essersi congedato con una lettera piena di fede e di speranza alla devota madre, poté finalmente vedere Dio. Aveva raggiunto in pieno lo scopo per il quale era stato creato.

La Chiesa lo ha canonizzato nel 1726 (pontefice: Benedetto XIII), mentre nel 1926, Pio XI lo ha designato come patrono della gioventù cattolica. La sua santità non è affatto inutile, tanto meno dannosa, bensì la sua testimonianza eroica può essere una luce che illumina i giovani di oggi, tanto bisognosi di modelli positivi per imparare ad amare per davvero.

“L’amore, infatti, è dono di sé, ma può donarsi soltanto chi possiede i suoi sentimenti e, pertanto, possiede se stesso: l’egoista (in questo caso l’impuro) non può donarsi a nessuno, ma può soltanto usare gli altri senza poterli amare. Guardatevi attorno e avrete la prova di quanto sia vera questa affermazione.” (S.Em. card. Angelo Comastri)

 

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