di Stefano Battezzati
Ci sono tanti modi per definire il concetto di lavoro come un diritto, una dignità, una crescita.
Si dice, per esempio, che “il lavoro nobilita l’uomo” come elevazione ad un rango più elevato nella scala morale; si parla del lavoro come di “un bene” dell'uomo, della sua umanità, perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la realtà adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso; si afferma, anche, che la “dignità del lavoro” è un diritto fondamentale, fondante di qualsiasi società civile, e addirittura più importante di essa.
Ma il lavoro è molto di più: è “l’essenza stessa dell’uomo”: “Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.” (Gn 2,15).
L’uomo, infatti, è stato fatto a immagine di Dio (Gn 1,27 “Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò”) e Dio è lavoratore: Gn 2,2: “Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro.”
E, dopo il peccato originale: Gn 3, 17-19 “… maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;”
Si potrebbe pensare che, dopo la cacciata dall’Eden, il lavoro si trasformi, assumendo un fine creativo, rendendo partecipe l’uomo all’opera del Creatore ed al disegno di salvezza, iniziando, così, la Redenzione.
Dio stesso diede subito il buon esempio: Gn 3,21 “Il Signore Dio fece all'uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì.”
Il lavoro svolto da Giuseppe, quello di falegname, si colloca direttamente in questa ottica: è, infatti, un’arte che trasforma, che crea, di aiuto alle persone nella vita di tutti i giorni. E, come tale, l’arte, l’ha potuta portare con sé nei vari spostamenti (come nella fuga in Egitto), cosa che non avrebbe potuto fare se fosse stato agricoltore o pastore (mestieri di redenzione indiretta).
Dio, fattosi uomo, doveva, quindi, essere inevitabilmente lavoratore: (Mc 6,3) “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone?”.
Ci sfugge il fatto che Gesù abbia trascorso molto e molto più tempo a lavorare che a predicare! Ha così santificato e benedetto il lavoro, proprio perché legato al mistero della Redenzione che Gesù stesso ha iniziato (con il lavoro) e portato a termine con l’espiazione dei nostri peccati!
Giuseppe, da buon padre, avrà insegnano il proprio lavoro a Gesù. Quale piccolo imprenditore, Lo avrà ammaestrato a trattare coi clienti, ad organizzarsi, a stabilire i tempi di consegna, a farsi pagare (magari qualche volta avrà perso dei soldi), come pure a regalare qualche manufatto a persone indigenti e bisognose: sono tutte esperienze, queste, che sarebbero servite, poi, a Gesù durante la vita pubblica.
E chissà quante volte, davanti a un mobile ben costruito e rifinito, Giuseppe e Gesù si saranno compiaciuti della loro opera (Gn 1: “E Dio vide che era cosa buona”): è questa la vera cartina al tornasole per vedere se il lavoro è secondo il progetto di Dio!
Il lavoro, cristianamente inteso, ripetiamo, rende infatti l’uomo partecipe dell’opera creatrice di Dio: insegna che l’uomo, lavorando, deve imitare Dio, suo Creatore, perché porta in sé il singolare elemento della somiglianza con Lui.
I Papi, a partire da Pio IX, avevano riconosciuto l’importanza del lavoro come mezzo per la salvezza eterna, come sottolineò poi Giovanni Paolo II nella sua Enciclica Laborem Exercens. Pio XII esortava a recuperare il senso cristiano del lavoro, che deve essere orientato a “estendere il regno di Dio” e istituì la festa di San Giuseppe Artigiano il 1° maggio 1955, proprio per aiutare i lavoratori a non perdere il senso cristiano del lavoro.
Essendo il lavoro partecipe dell’opera Redentrice, è anche fatica: la fatica, infatti, è dimensione essenziale, perché fa ritrovare all’uomo una piccola parte della Croce di Cristo. Come cambia la prospettiva delle nostre giornate, se guardiamo al lavoro da questa ottica: diventa davvero espressione dell’amore verso Dio e verso i fratelli e mezzo per il Paradiso.
Noi cristiani siamo chiamati a dare il buon esempio sul posto di lavoro, accettando tutte le contrarietà e le fatiche, proprio nella partecipazione alla Croce di Cristo, nell’ottica della Redenzione e di cooperazione all’opera creatrice di Dio, di servizio concreto ai bisogni della società.
Se ci si allontana dal disegno di Dio, quindi, anche il lavoro perde di significato e la fatica non ritrova il suo vero senso.
È bello anche sottolineare che il primo articolo della nostra costituzione recita che “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. I governanti e datori di lavoro dovrebbero fare di tutto per riconoscere e promuovere questa dimensione “redentiva” del lavoro.
A riprova di tutto questo, le persone che non esercitano un lavoro, così come naturalmente concepito, sono quelle che opprimono i poveri, creano disuguaglianze, sfruttano le persone, non rispettano la natura (Enciclica: Laudato si’); mentre, dall’altra parte, la ricerca medica, tecnologica, sono perfettamente in linea con il progetto della Redenzione.
A riprova della vocazione dell’uomo al lavoro vorrei sottolineare un aspetto particolare, che riguarda le persone che, andando in pensione e non avendo alcuna altra occupazione, buttano via il loro tempo, passano giornate vuote, insulse… quanti, sentendosi inutili, vanno in crisi...
Che bello sarebbe se ci fosse una sorta di “servizio civile obbligatorio” dopo l’attività lavorativa!
Questo malore esistenziale non colpisce, infatti, chi svolge una missione che prosegue per tutta la vita, come, per esempio, i Consacrati, i Religiosi, proprio perché essi sono sempre in armonia con la loro “essenza” di uomini.
Se la Vergine Maria ha concepito, allevato e cresciuto Gesù, San Giuseppe, rendendolo lavoratore, lo ha certamente, plasmato come “uomo”. È bello, quindi, guardare alla Sacra Famiglia come esempio di crescita totale dei figli donatici da Dio!