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SANT'AGATA

La virtù della risolutezza

 

di Marco Perrone

Leggendo la vita di Sant’Agata, ciò che più ci colpisce è che siamo davanti ad una ragazza risoluta, addirittura “ostinata” nel suo seguire Cristo e pronta, perciò, a sopportare tutto, pur di non rinnegarlo.

Nell’epoca delle persecuzioni

Per comprendere meglio quanto appena detto, diamo un breve sguardo alla sua biografia.

Agata nasce attorno al 235 d.C. Apparteneva ad una ricca e nobile famiglia catanese. Il padre e la madre, entrambi cristiani, educarono Agata secondo la loro religione. Sin da piccola sentì nel suo cuore il desiderio di appartenere totalmente a Cristo e, a circa 15 anni, volle definitivamente consacrarsi a Dio.

In quel periodo - metà del III sec. - imperversavano le persecuzioni contro i cristiani, ad opera dell’imperatore Decio. Questi diede l'obbligo, esteso a tutti i cittadini romani, di sacrificare agli dei dello Stato; in cambio avrebbero ricevuto un libellus, una sorta di “certificato”, attestante l'espletamento del sacrificio.

Un programma “rieducativo”

In quegli anni, era proconsole di Catania Quinziano, uomo noto per la sua superbia e prepotenza. Un giorno Quinziano ebbe l’occasione di vedere Agata: se ne invaghì e provò a sedurla, ma i suoi tentativi non andarono in porto, a causa della resistenza ferma della giovane.

Egli mise dunque in atto, per Agata, un programma di “rieducazione”, affidandola ad una cortigiana di facili costumi, di nome Afrodisia, affinché la rendesse più disponibile. Per un mese Agata fu sottoposta a tentazioni immorali di ogni genere, ma lei resistette indomita nel proteggere la sua verginità. 

Il terribile calvario

Visto che non riuscivano a smuovere la sua fede, passarono alle maniere “forti”. Agata fu dunque sottoposta a pesanti torture: le vennero stirate le membra, fu lacerata con pettini di ferro e scottata con lamine infuocate. Ogni tormento, però, invece di spezzare la sua resistenza, sembrava darle nuova forza. Quinziano, allora, al colmo del furore, le fece strappare i seni con enormi tenaglie. Infine Agata venne spinta in una fornace ardente, al fine di ucciderla. Tuttavia, durante quest’ultimo supplizio, un forte terremoto scosse la città di Catania e il Pretorio crollò parzialmente, seppellendo due carnefici, consiglieri di Quinziano. La folla dei catanesi, spaventata, si ribellò alle atrocità che si stavano compiendo sulla giovane vergine: il proconsole, allora, fece rimuovere Agata dalla brace e la fece riportare agonizzante in cella, dove morì qualche ora dopo.

È sufficiente essere “bravi ragazzi”?

Torniamo a quanto detto nell’introduzione: la virtù della risolutezza. Oggi sembra sia diffusa nel mondo l’idea che il cristiano perfetto sia il “bravo ragazzo”, un individuo la cui religiosità deve rientrare semplicemente entro prefissati standard sociali e che - qualora ciò in cui crede possa offendere, anche minimamente, qualcun altro - dev’essere pronto a rinunciare alla sua fede.

La società, di solito ampiamente indifferente alle “cose di Dio e della Chiesa”, facilmente rinfaccia come intolleranti certi atteggiamenti, dicendo: “Ma come: tu, che sei cattolico, la pensi così?”

Grazie, ma preferisco Cristo!

Non serve leggere manuali teologici per comprendere come l’individuo, appena descritto, conformato agli standard sociali vigenti, non sarebbe certo un “cristiano perfetto”; tuttavia, di cristiani “esemplari” ne abbiamo comunque avuti tanti. Guardando Sant’Agata, possiamo notare quanto ella si discosti da questo modello: al prestigio, che un eventuale matrimonio con Quinziano avrebbe potuto darle, ella preferisce restare salda nel suo essere consacrata a Cristo; al temporaneo piacere, che poteva ricavare soccombendo alle tentazioni proposte da Afrodisia, ella preferisce conservare la sua purezza verginale; ad una vita terrena più lunga - che avrebbe potuto certamente ottenere, se avesse sacrificato agli dei dello Stato - ella preferisce le atroci torture inflittele dai soldati romani.

A tutto ciò che il mondo poteva offrirle, ella ha preferito Cristo.

 

 

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