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SANTA CECILIA. L’elisione della “D” e la potenza della musica

L‘esperienza nel coro parrocchiale “Sacra Famiglia”

di Natalia Mancini

Quando Suor Lucia, qualche tempo fa, mi ha chiesto timidamente di scrivere un articolo sulla Patrona della musica per il sito web ho subito accettato con entusiasmo, per diverse ragioni: perché mi piace scrivere, perché sono sempre felice di poter testimoniare le attività della Parrocchia e perché Santa Cecilia è sempre stata una ricorrenza importante nella mia famiglia, essendo l’onomastico di mia sorella.

Di certo, non credevo che accingendomi a farlo mi sarei imbattuta in una controversia linguistica dalla quale sono scaturite delle profonde riflessioni su come la musica agisce sulle persone.

Cecilia visse tra il secondo e il terzo secolo dopo Cristo in una nobile famiglia Romana e il suo culto, associato alla musica, è noto solo a partire dal Medioevo. Questa attribuzione sembra derivare da un’interpretazione dell’antifona di introito alla messa in onore della Santa, che recita: Canentibus organis, Caecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: fiat Domine cor meum et corpus meum inmaculatum ut non confundar” che si traduce come “Mentre gli strumenti suonavano, la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore, dicendo: Signore, il mio cuore e il mio corpo siano immacolati affinché io non mi confonda”.

Per dare un senso a questo testo la tradizione lo ha sempre riferito al banchetto di nozze con il giovane nobile Valeriano, in cui, mentre appunto si suonava per la festa nuziale, ella chiedeva a Dio di essere preservata pura nel corpo e nel cuore. Lo stesso sposo, una volta informato del voto della giovane, si convertì al cristianesimo e fu battezzato dal pontefice Urbano I la prima notte di nozze.

Valeriano convertì a sua volta il fratello Tiburzio ed entrambi si dedicarono alla sepoltura dei corpi dei cristiani, allora vietata dal giudice Almachio, redimendo anche l’ufficiale Massimo, che li aveva arrestati per condurli in carcere. Tutti e tre sopportarono atroci torture pur di non rinnegare Dio e furono decapitati (sono venerati come santi il 14 Aprile).

Cecilia stessa, poco dopo la morte del marito e degli altri compagni, fu condannata a morte per bruciatura e asfissia. Ma, poiché ella non moriva, la pena fu convertita a decapitazione: nonostante i tre colpi vibrati dal boia, la Santa rimase viva e agonizzante per tre giorni.

È qui che si fa avanti la seconda interpretazione dell’antifona, secondo la quale sembrerebbe che, nei testi più antichi, nella prima parola della frase fosse presente una “d”, poi omessa nel tempo: Candentibus organis, Caecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: fiat Domine cor meum et corpus meum inmaculatum ut non confundar”, ovvero  “Tra gli strumenti incandescenti la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore, dicendo: Signore, il mio cuore e il mio corpo siano immacolati affinché io non mi confonda”. Tali strumenti sarebbero pertanto quelli del martirio, a cui la povera giovane fu sottoposta e ai quali resistette affidandosi completamente al Signore.

Oggi il corpo della Santa riposa nella basilica di Santa Cecilia in Trastevere e una statua di Stefano Maderno, commissionata dall’allora Cardinale Paolo Emilio Sfondrato, la rappresenta nella maniera in cui il suo corpo fu trovato in occasione del Giubileo del 1600: la testa girata per la decapitazione, tre dita della mano destra ad indicare la Trinità e un dito della sinistra ad indicare l’unico Dio.

Forse, quindi, possiamo ritenere che la sua assunzione a “patrona della musica” e le successive rappresentazioni della Santa nell’atto di suonare strumenti musicali si basino su questo errore: ma, di certo, non possiamo negare che la sua condotta in vita sia stata modello di cosa realmente anche la musica è in grado di fare: commuovere. Di nuovo una parola, di nuovo il latino. Affidandoci all’etimologia, questo termine significa letteralmente “mettere in movimento, scuotere”, ma anche “indurre, persuadere”, o anche “destare”. Ecco, questo è stata capace di fare Cecilia con suo marito e poi egli a sua volta con il fratello e ancora loro due insieme con l’ufficiale Massimo; questo è ciò che la musica è in grado di compiere nelle persone: le desta, le scuote, le aggrega, le rende sensibili, unite e capaci di compiere imprese meravigliose.

Canto nel coro della Parrocchia “Sacra Famiglia” a Villa Troili da dieci anni ormai e ho visto questo fenomeno accadere spesso ed enfatizzarsi nel tempo. Ho visto la passione per la musica infiammare gli animi, persuadere a fare sempre meglio, spingere le persone ad ascoltarsi e ad accordarsi a vicenda, a supportare e a sopportare gli altri, perché ovviamente la musica è anche sacrificio, impegno e tenace perseguimento di un obiettivo.

Non tutti hanno studiato musica, alcuni non leggono affatto le partiture, ma di certo insieme abbiamo imparato a convogliare le emozioni inseguendo le nostre voci, ad esprimere completamente con il canto ciò che la musica rappresenta nelle nostre anime. La realtà di un coro parrocchiale, inoltre, è esercizio di pazienza e altruismo, è collaborazione, è umiltà, non ricerca l’affermazione del singolo o la ribalta del palcoscenico, ma è comunità, è partecipazione, è comunione, è celebrazione e supporto all’assemblea nella meditazione e nella preghiera.

Il percorso, all’interno del nostro coro, è stato per alcuni anche un’esperienza spirituale: ha avvicinato o riconciliato molti di noi con la Chiesa attraverso le celebrazioni e ha permesso a due nostri cari coristi, che adesso ci fanno il controcanto dal Paradiso, di poter giungere alla fine della loro vita terrena in grazia di Dio e in comunione con Lui.

Il difficile periodo che viviamo, in questa pandemia, ci ha tenuti separati a lungo, ci ha riavvicinato per un breve frangente e ora di nuovo ci tiene distanti e preoccupati: ma la forza della musica e della preghiera che ci lega sarà in grado di farci superare anche questo difficile momento, nella condivisione e nella compassione (di nuovo nel senso latino del termine, cioè nella partecipazione ai patimenti altrui, di qualunque natura essi siano).

Santa Cecilia saprà guidarci e presto torneremo ancora a cantare: forse con meno allenamento, ma sicuramente con tutto il cuore.

 

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