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SANTA MONICA E SANT’AGOSTINO: “DOVE SEI TU È ANCHE LUI”

di Suor M. Agostina Convertini icms

 «La madre versava calde lacrime per lui, desiderosa di ricondurlo alla vera fede; una volta, come si legge nel terzo libro delle Confessioni, mentre essa era tanto afflitta, le apparve un giovane che le domandò la causa del suo dolore, ed essa, rispose: Piango la morte di mio figlio. Ma l’altro rispose: - Calmati, egli sarà dove sarai tu. In quel mentre il figlio le viene vicino, ed essa gli raccontò quello che aveva visto, ma il figlio le disse: - Ti inganni, mamma, quello che ti è stato detto non avverrà mai. Ma essa rispose: - No, figlio; mi è stato detto che tu sarai dove sarò io». (Jacopo da Varagine - Legenda Aurea)

E li vediamo insieme ancora adesso: anche la liturgia ce lo ricorda, facendo memoria di santa Monica il 27 agosto e del figlio, Agostino, il 28 agosto, perché l’incontro con Cristo, somma Verità, li ha resi uniti per sempre!

Santa Monica - la madre tenera, tenace e discreta, che mai abbandonò il figlio ed ebbe un ruolo decisivo nella sua conversione, con la sua straordinaria forza d’animo - era nata a Tagaste nel 331, da una famiglia benestante e cattolica. Ricevette una buona educazione religiosa; costantemente leggeva e meditava la Sacra Scrittura. Donna colta e libera, andò in sposa a Patrizio, che era pagano. La vita coniugale la portò ad affrontare un cammino aspro: la gioia dei figli - ebbe due figli e una figlia - si unì alle difficoltà che incontrò nell’educarli cristianamente, al dolore per le infedeltà coniugali del marito, il quale, però, grazie alla fedeltà di Monica, alla sua costanza e alla sua dolcezza, alla fine della vita si avvicinò alla fede e si fece battezzare.

Come ogni madre, anche Monica si lasciò conquistare dalla preoccupazione per il futuro e la carriera del figlio Agostino, di cui andava fiera: ma dovette ammettere il proprio fallimento, quando lo vide tornare a casa orgoglioso dei sui successi, ma lontano da Dio - divenne, infatti, esperto di filosofia e maestro di retorica, primeggiando sugli altri grazie a quei doni intellettivi di cui il Signore stesso lo aveva colmato-.

Sedotto dagli studi di retorica e dalle correnti filosofico-religiose diffuse in quegli anni, Agostino perse di vista gli insegnamenti della madre che, come egli stesso scrive, insieme al latte materno gli aveva dato da bere il nome di Gesù. Il suo animo insaziabile, irrequieto e un po’ ribelle, lo portò su ben altre strade: si diede a una vita sregolata, ma lei, la madre, continuò ad accompagnare il figlio con l’amore e con la preghiera.

La fede trasformerà il suo dolore, perché nella fede ogni dolore diviene dolore di parto, che contribuisce alla nascita di una nuova umanità. «Mi hai generato due volte», le dirà un giorno il figlio: alla vita e alla fede. Dal dolore di Monica, infatti, nascerà l’uomo nuovo Agostino: Padre, Dottore e Santo della Chiesa cattolica.

Dall’incontro con il vescovo Ambrogio, avvenuto nel 385 a Milano, comincerà infatti per lui il grande cambiamento: grazie alle predicazioni di Ambrogio capì di aver incontrato finalmente ciò che la sua anima cercava da sempre. Così, nel 387 ricevette il battesimo e riallacciò i legami con la madre, dalla quale non si separerà mai più.

Riuniti nella fede in Cristo, aneleranno insieme alla vita eterna!

«Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei Tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d’uomo. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di Te, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà così alta» (Confessioni 9, 10).

Monica si spense il 27 agosto del 387: il suo corpo rimase per secoli nella chiesa di Sant’Aurea di Ostia, poi fu traslato a Roma, nella chiesa di San Trifone, oggi di Sant'Agostino.

La vita di Agostino proseguì nella certezza che l’unico riposo è in Dio: medico per le sue infermità, guida sicura che poteva mettere ordine tra le sue contraddizioni, l’unico in grado di colmare la sua ricerca di un senso profondo del vivere.

Colui che tanto aveva amato se stesso fino a disprezzare Dio, ora amerà Dio fino al disprezzo di sé. Metterà a nudo la propria vita: i suoi errori, i suoi peccati, i moti irragionevoli della sua anima. Si glorierà solo in Dio e cercherà per sempre la gloria di Dio! Aveva compreso, infatti, che per esser veramente grande ed erigere un edificio che arrivi a toccare il Cielo devono prima esser costruite le fondamenta dell’umiltà. E così, nel servizio di Dio e degli altri e riponendo solo in Dio la propria forza, troverà la vera sapienza, che rende culto al vero Dio.

Dopo il Battesimo, decise di tornare in Africa con gli amici, con l’idea di praticare una forma di “vita comune”, di tipo monastico. Ma il Signore aveva per lui altri progetti! Rientrato in patria, si stabilì a Ippona per fondarvi un monastero e, in questa città, nonostante le sue resistenze, fu ordinato presbitero. Diede comunque inizio, con alcuni compagni, alla vita monastica tanto desiderata, trascorrendo il suo tempo tra la preghiera, lo studio e la predicazione.

Sempre rapito dall’amore per la Verità, egli voleva dedicarsi interamente al suo servizio: comprese, però, che la vita da Pastore - che il Signore aveva predisposto per lui - gli avrebbe permesso ancora di più di portare il dono della verità agli altri.

Consacrato Vescovo, nel 395, continuò ad approfondire lo studio della Sacra Scrittura e si dedicò instancabilmente al servizio pastorale: predicava più volte la settimana ai suoi fedeli, sosteneva i poveri e gli orfani, curava la formazione del clero e l’organizzazione di monasteri femminili e maschili. Esercitò, inoltre, grande influenza nella guida della Chiesa cattolica dell’Africa romana e nel cristianesimo del suo tempo, fronteggiando tendenze religiose ed eresie come il manicheismo, il donatismo e il pelagianesimo, che mettevano in pericolo la fede cristiana nel Dio unico e misericordioso.

Trascorsi molti anni di assidua e instancabile cura delle anime, si ammalò gravemente e, dopo alcuni mesi, mentre la sua terra era assediata dai Vandali, si spense. Era il 28 agosto 430. Il suo corpo, in data incerta, fu trasferito in Sardegna e da qui, verso il 725, fu traslato a Pavia, nella Basilica di San Pietro in Ciel d’oro, dove ancora oggi riposa. 

Tutta la sua vita fu mossa dal desiderio di verità: e, una volta trovata, dalla necessità di ricondurre tutti gli uomini alla speranza di incontrarla, nella certezza - acquisita con la sua stessa vita - che la Verità, che è Cristo, corrisponde alle domande di ogni uomo, anche se non tutti capiscono chiaramente, perché non si sentono a volte rispondere ciò che vorrebbero. «Servo fedele - scrive Agostino - non è tanto chi bada a sentirsi dire da Te ciò che vorrebbe, ma piuttosto chi si sforza di volere quello che da Te si è sentito dire» (Confessioni, 10,26).

Da servo fedele, fino alla fine della sua vita versò lacrime e pregò Dio perché donasse pace, per sempre, al suo cuore inquieto, lasciando che riposasse finalmente in Lui: «Signore mio Dio, mia unica speranza, esaudiscimi e fa’ che non cessi di cercarti per stanchezza, ma cerchi sempre la tua faccia con ardore. Dammi Tu la forza di cercare, Tu che hai fatto sì di essere trovato e mi hai dato la speranza di trovarti con una conoscenza sempre più perfetta. Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa. Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza; dove mi hai aperto ricevimi quando entro; dove mi hai chiuso, aprimi quando busso. Fa’ che mi ricordi di Te, che comprenda Te, che ami Te!» (De Trinitate XV, 28.51).

 

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