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SANTI GIACINTA E FRANCESCO MARTO

“Due fiammelle che Dio ha acceso per illuminare l’umanità”

di Sr M. Giacinta Magnanimi icms

Il 13 maggio 2017, nella Santa Messa in cui venivano canonizzati i Santi Giacinta e Francesco Marto, Papa Francesco ebbe a dire: “Come esempi, abbiamo davanti agli occhi San Francesco Marto e Santa Giacinta, che la Vergine Maria ha introdotto nel mare immenso della Luce di Dio portandoli ad adorarLo”. L’eroicità dei santi pastorelli di Fatima non sta nell’aver visto la Vergine Maria (le apparizioni sono un dono straordinario che hanno ricevuto), la loro grandezza sta nell’aver amato il Signore con tutte le loro forze, nell’essersi resi “offerta gradita” a Dio per la salvezza delle anime.

Una breve esistenza terrena la loro: muoiono entrambi a 10 anni (Francesco appena due anni dopo le apparizioni; Giacinta dopo tre), ma, in così poco tempo, hanno saputo fare della loro esistenza un vero capolavoro di santità.

La Madonna “introduce i piccoli veggenti nell’intima conoscenza dell’Amore trinitario e li porta ad assaporare Dio stesso come la cosa più bella dell’esistenza umana. Un’esperienza di grazia che li ha fatti diventare innamorati di Dio in Gesù, al punto che Giacinta esclamava: «Mi piace tanto dire a Gesù che Lo amo. Quando glielo dico molte volte mi sembra di avere un fuoco nel petto, ma non mi brucio». E Francesco diceva: «Quel che m’è piaciuto più di tutto, fu di vedere Nostro Signore in quella luce che la Nostra Madre ci mise nel petto. Voglio tanto bene a Dio!» (Benedetto XVI, Omelia 13 maggio 2010).

I santi Giacinta e Francesco provengono dalla stessa famiglia, ascoltano le stesse parole dalle labbra della Vergine Maria, ma danno una risposta personale alla chiamata, interiorizzano il messaggio offrendo il loro personale contributo che rispecchia anche il loro modo di essere, il temperamento. Naturalmente taciturno e remissivo, Francesco ha più a cuore la contemplazione, vuole consolare Gesù.

Giacinta invece, fortemente impressionata dalla visione dell’Inferno, è insaziabile nella pratica del sacrificio, offerto per la conversione dei peccatori; dal carattere tendenzialmente capriccioso, impara a lavorare su se stessa, animata unicamente dal desiderio di salvare le anime.

Con la semplicità di bambini, ma con la maturità di adulti, sanno trasformare ogni momento della loro vita in offerta al Signore: ogni gesto, ogni azione, ogni parola diventano occasione per dimostrare al Signore il loro amore e la loro disponibilità a collaborare per la salvezza delle anime. Questo fa sì che il loro legame vada oltre al legame di sangue. Hanno un obiettivo comune: crescere nell’amore per Dio. Questo il loro fine, e viverlo insieme ha permesso loro di affrontare anche le prove con più forza.

Nell’affrontare la malattia e la morte danno prova della loro fede e dell’abbandono completo in Dio. Entrambi offrono la sofferenza con serenità ed evangelica letizia: Francesco soffre con l’intenzione di consolare il Signore e con il desiderio di goderlo nell’eternità, tanto che alle richieste di preghiera di Lucia, risponde di rivolgersi piuttosto a Giacinta, “perché io ho paura di dimenticarmene quando vedrò il Signore! E poi io voglio piuttosto consolarlo”. Le persone che vanno a trovarlo dicono: “Sembra, entrando nella stanza di Francesco, di sentire quel che si sente entrando in Chiesa [...] Qui, la sola vista di questi, fa elevare il pensiero alla Madre del Cielo, con cui si dice che abbiano conversato; all’eternità, verso la quale son pronti a partire così presto e così allegri e felici; a Dio, che essi dicono di amare più dei loro stessi genitori; e anche all’inferno nel quale, essi dicono, loro cadranno se continuano a fare peccati” (Memorie di Suor Lucia).

Giacinta apprende dalla Madonna che morirà, sola, a Lisbona, sacrificio grandissimo per una bambina di neanche 10 anni. Ella non solo lo accetta con generosità, ma si fa anche piccola apostola con le bambine dell’orfanotrofio di Nostra Signora dei Miracoli, e poi tra i medici e le infermiere dell’ospedale di Dona Stefania, dove muore il 20 febbraio 1920. In una delle visite che Lucia fa alla cugina malata e sofferente la trova “con la stessa gioia di soffrire per amor del nostro buon Dio, del Cuore Immacolato di Maria, per i peccatori e per i Santo Padre: era il suo ideale, era ciò di cui parlava” (Memorie).

Nella cerimonia di beatificazione del 13 maggio 2000, San Giovanni Paolo II additava come esempio di vita questi due pastorelli, dicendo: “La Chiesa vuole mettere sul lucerniere queste due fiammelle che Dio ha acceso per illuminare l’umanità nelle sue ore buie e inquiete” e, rivolgendosi ai bambini presenti alla celebrazione: “La Madonna ha bisogno di tutti voi per consolare Gesù, triste per i torti che gli si fanno; ha bisogno delle vostre preghiere e dei vostri sacrifici per i peccatori”. Un appello, questo del santo Padre, che è un programma di vita per tutti, non solo per i bambini, e che i santi Giacinta e Francesco ci mostrano in una breve esistenza terrena, vissuta in pienezza.

 

 

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