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Santi Michele, Gabriele e Raffaele Arcangeli

Messaggeri di Dio, combattono lo spirito del male, valorose guide per le anime

di Don Marcello Stanzione (Introduzione del libro “Arcangelologia” di Carmine Alvino, ed. Segno)

 

Gli Arcangeli, stando alla presenza di Dio, assolvono incarichi di grande rilevanza: portano messaggi, ma si tratta di messaggi di straordinaria importanza: pensiamo, per Gabriele, all’Annunciazione, vale a dire la notizia più importante dell’intera storia dell’umanità.
Combattono il male: ma se pensiamo a Michele e alla sua lotta contro le legioni degli spiriti ribelli - in seguito al tradimento di Lucifero - siamo di fronte ad un evento epocale e cosmico che l’Arcangelo compie non come singolo combattente, ma come principe delle milizie celesti. Infine, se pensiamo al ruolo di Angelo custode, il caso di Raffaele nei confronti di Tobia (accompagnamento in Media, protezione dal demone Asmodeo in occasione delle nozze con Sara, guarigione del padre dalla cecità), è particolarmente esemplare, tanto che ad esso è dedicato un libro completo della Bibbia.

I tre Arcangeli canonici, i cui nomi ricorrono nelle Sacre Scritture, sono Raffaele, Gabriele e Michele. Su di essi esiste una vasta letteratura: sono citati nella Bibbia e sono dedicatari di numerose chiese e protettori di diverse corporazioni, nonché riprodotti in moltissimi lavori artistici.

In tutti i nomi degli Arcangeli, canonici e non, troviamo il suffisso -El, che in ebraico significa Dio: Gabri-El, Rapha-El, Micha-El.

Il nome Michele deriva dall’espressione “Mi-ka-El” che significa “chi è come Dio?”. Questo sarebbe stato il “grido di battaglia” lanciato da San Michele alla guida delle milizie celesti contro Lucifero-Satana e le schiere infernali di Angeli ribelli.

Raffaele invece vuol dire “medicina di Dio” o “Dio guarisce” e quindi si contrappone al significato del nome del diavolo Asmodeo (parola forse derivante dall’aramaico as’medi, cioè distruttore oppure dal persiano aeshma-daeva, cioè spirito del furore), suo avversario nel Libro di Tobia: insomma, “Colui che guarisce” contro “Colui che distrugge”.

Infine il nome di Gabriele vuol dire “la forza di El”, quindi “Dio è forte”, o anche “l’uomo forte di Dio”.

Anche gli altri Arcangeli hanno un nome strettamente legato alla loro funzione, ma, se permette, preferirei parlarne in un secondo momento.
Nel Nuovo Testamento la parola Arcangelo compare espressamente due volte: nella Prima lettera di San Paolo ai Tessalonicesi: «Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’Arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo» (1Tess 4,16) e nella breve Lettera di Giuda: «L’Arcangelo Michele quando, in contesa con il diavolo, disputava per il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signore!» (Giuda 9). Vale la pena precisare che la Sacra Scrittura attribuisce direttamente al solo Michele la qualifica di “Arcangelo”: siamo noi fedeli che associamo a tale gerarchia angelica anche Raffaele e Gabriele.
Va detto che nell’Antico Testamento - almeno nei testi canonici - non ci sono riferimenti diretti agli Arcangeli. Solitamente si trovano menzioni più in generale ad Angeli, a partire dal Pentateuco in cui compaiono nelle storie di Abramo (che incontrò tre Angeli presso il luogo detto “le Querce di Mamre”, che gli annunciarono la nascita del figlio tanto atteso, Isacco), di Giacobbe (che lottò con Dio e in quella stessa notte ricevette da Dio un nuovo nome, Israele, che in aramaico significa “forte con Dio”) e di Lot (che fu avvertito da un Angelo riguardo all’avvertimento sulla imminente distruzione delle città di Sodoma e Gomorra), per poi intensificare la loro presenza nei libri più tardi come quello di Daniele.

Si trova un accenno, invece, nei testi deuterocanonici cioè quelli appartenenti al secondo canone (quello alessandrino) ed inclusi nella versione greca della Bibbia detta Septuaginta o dei Settanta, ma che non fanno parte del primo elenco (ovvero canone) dei libri considerati ispirati dagli Ebrei, definito nel I secolo d.C. (il cosiddetto canone ebraico). Accettati da noi latini e dagli ortodossi, sono respinti dagli Israeliti e dalle confessioni protestanti (anglicani compresi). Si tratta dei libri di Giuditta, di Tobia, dei due libri dei Maccabei, della Sapienza di Salomone, del Siracide (o Ecclesiastico), del libro di Baruc, di alcuni passaggi del libro di Daniele (la preghiera di Azaria e il cantico dei tre giovani nella fornace, la storia di Susanna, Bel e il Drago), della versione greca del libro di Ester.

Quelli che ho citato sono tutti i libri deuterocanonici. Il delicato e toccante libro di Tobia, che cita direttamente l’Arcangelo Raffaele («Io sono Raffaele, uno dei sette Angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore» Tobia 12,15), parla, nella versione di San Girolamo (la Vulgata) di «angelis sanctis» (fino a quel momento ha parlato semplicemente di “Angeli”). Stesso discorso per la versione greca detta “dei Settanta”. Questi Angeli “santi”, speciali, sono stati denominati in seguito Arcangeli: non è un caso che di essi conosciamo i nomi, perché nel corso della storia della salvezza hanno avuto contatti con noi.

 

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