Pillole di SpiritualiTà
Il digiuno non germoglia se non è innaffiato dalla misericordia. (San Pietro Crisologo)
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“Così fu detto agli antichi; ma io vi dico”
Vangelo
+ Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,20-22a.27-28.33-34a.37)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».
Parola del Signore.
Spunti di riflessione
Il brano del Vangelo di questa domenica è particolarmente ricco: parla del pieno compimento che Gesù dà alla Legge e richiama a superare la giustizia di scribi e farisei. Allo stesso tempo, raccomanda con chiarezza di non trascurare nessuno dei “minimi precetti” della Legge.
Proviamo a capire che cosa vuole comunicarci il Signore con queste esortazioni, a cui seguono esempi concreti di “superamento” di una mentalità, espressi con l’affermazione: “ma io vi dico”.
San Paolo, nella lettera ai Romani, fa un’affermazione che ci aiuta a comprendere meglio: “Pieno compimento della legge è l’amore” (Rm 13,10).
È l’amore che non trascura nemmeno il minimo dettaglio e si manifesta proprio nelle attenzioni minime. È chi non ama che vede alcune norme come impossibili da vivere o da osservare, mentre chi ama compie liberamente (e volentieri) tutto.
Gli scribi insegnano la giustizia della Legge, i farisei la fanno. Ma Gesù dice che per entrare nel Regno dei cieli non basta conoscere ed eseguire i precetti (sappiamo che vivere il Vangelo non passa dall’intransigenza, dall’ossessione della coerenza), ma è necessaria una giustizia che ecceda i limiti della pratica esteriore della Legge, una giustizia eccessiva, perché l’amore che la muove (che è quello del Padre) non conosce misura.
Si parte dal cuore e dalla comunione vera con Cristo, che ci orienta nelle scelte, nelle decisioni, con responsabilità, buon senso e coerenza, senza eseguire formalmente degli obblighi, ma agendo alla luce di un rapporto autentico con Dio, fatto di preghiera e dialogo.
La Legge è quella antica, ma il compimento è nuovo, nessuno mai l’ha proposta e osservata in questo modo. Gesù non abolisce la Legge, ma ci chiama a entrare nel suo Cuore pulsante e ci fa passare dalle semplici azioni ai desideri del cuore che le muovono. Non a caso questo brano segue quello delle Beatitudini, che ci svelano un nuovo modo di vivere i rapporti con gli altri e con Dio: i comandamenti, la Legge, sono riletti attraverso il Cuore di Gesù.
Nel testo di questa domenica, Gesù fa degli esempi e ci propone un “salto di qualità”: nell’ottica dell’amore e della libertà, chiede ai suoi discepoli un “di più”.
Parla del non uccidere: non è solo la materialità dell’atto che uccide l’altro, si tratta di imparare a rispettare l’altro senza colpirlo con l’ira, l’insulto, il disprezzo, con il nostro linguaggio a volte aggressivo o pettegolo. L’uccisione esteriore viene dalla eliminazione interiore dell’altro. Occorre, dunque, creare ponti, tendere mani, fare il primo passo, ricordando che i gesti di riconciliazione e perdono valgono di più della nostra formale partecipazione al culto.
Affronta poi il tema dell’adulterio e insegna a non ridurre la persona a oggetto di possesso, a non commettere reati contro la grandezza e la bellezza – la dignità – di quella persona.
“Dall’intenzione viene l’azione, così già attraverso il semplice sguardo, anzi il pensiero silenzioso, si può commettere adulterio” (R. Guardini). L’atteggiamento del cuore appare già nello sguardo e nella parola.
“Ciò di cui si tratta, dunque, non è ordine esterno, bensì PUREZZA e RISPETTO. Ma essi significano disciplina dell’intenzione e vigilanza nel primo avvertimento” (R. Guardini)
Gesù ci chiede di imparare ad accogliere il mistero dell’altro.
E ci proibisce di giurare: anzi, arriva al divieto della menzogna. Quante cose dobbiamo smettere di dire, parole inutili, infondate, per vivere nella verità: il nostro modo di parlare, comunicare, esprimersi e relazionarsi agli altri e al mondo deve essere di effettiva coerenza tra il pensare, il dire e il fare.
Quello di Gesù è, quindi, un appello alla verità, minacciata dal dubbio e dalla reciproca diffidenza. Il discepolo è chiamato a essere sincero, ad essere autentico, anzitutto con se stesso. Se dice sempre la verità, non gli servirà più giurare, perché non avrà bisogno di mostrarsi diverso da ciò che è nell’intimo.
Il nostro parlare deve essere chiaro e sintetico, senza preoccuparci di lasciar contenti tutti. Il cristiano parla poco, e, se lo fa, è per dire il bene; se è costretto a dire male, lo fa con misericordia, o sceglie il silenzio.
Chi parla poco e bene, rende efficace ciò che dice.
A conclusione, come sintesi, una frase di Romano Guardini:
“L’uomo non può attuare la giustizia se vuole solo giustizia. Egli può essere realmente giusto solo da una posizione che sta al di sopra della giustizia. L’uomo non può resistere all’ingiustizia se cerca di osservare semplicemente la giusta misura, ma solo se agisce in virtù dell’amore, che non misura più, ma dona e crea. Solo allora sarà possibile giustizia autentica”.
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