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VIVERE NON È SOPRAVVIVERE!

di p. Carlo Gili icms

Dici “Hawaii” e pensi a surf, ukulele e spiagge incontaminate. Io penso, invece, all’incredibile storia di uno dei santi col cognome più difficile da pronunciare (fortuna che io lo devo solo scrivere): San Damiano de Veuster, vissuto in quel paradiso terrestre in un tempo in cui di paradisiaco c’era ben poco.

Nel 1850 nelle Hawaii cominciò a diffondersi in maniera terrificante la più terribile e incurabile delle malattie: la lebbra. Inevitabile la caccia all’untore: gli indigeni la ritenevano una maledizione importata dagli stranieri bianchi; questi incolpavano i nativi per la loro ostentata promiscuità sessuale, ritenuta, a torto, veicolo della malattia. Come arginare l’epidemia? Con l’isolamento totale dei contagiati. Così, se per i nativi il contatto umano, fisico, era più importante della malattia stessa, scienziati, politici e autorità religiose (protestanti) predicavano la segregazione come un dovere morale – “Restate a casa!”, vi ricorda niente? – mentre il Governo aveva approntato una prigione naturale nell’isoletta di Molokai, dove i contagiati venivano portati a forza per non farne più ritorno.

Molokai era chiamata “inferno dei vivi”, per un duplice motivo. La malattia si presentava in modo orribile: testimoni parlano di «ferite marce e fetide», di «corpo che cade a brandelli» (e riporto solo le descrizioni più delicate). Ogni lebbroso custodiva gelosamente due oggetti: uno specchio per spiare i progressi della malattia sul proprio viso; e un coltello, per pareggiare le dita quando diventavano insensibili. Ma l’inferno era soprattutto morale, perché la solidarietà era ferocemente limitata ai propri familiari, mentre gli altri erano tutti nemici. Vigeva la legge: A’ole kanawai ma keia wahiQui non c’è alcuna legge! L’anarchia aveva distrutto ogni senso di dignità, dando campo libero a violenze, abusi abominevoli, schiavizzazione dei bambini, alcolismo e droghe, pratiche idolatriche, ecc. Non c’erano più uomini, ma bestie.

Questa rude descrizione era necessaria per capire appieno l’eroicità di un uomo che visse quindici anni in mezzo a tutto questo, “seppellendosi” volontariamente a Molokai per aiutare quei lebbrosi. Sacerdote della Congregazione dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, aveva scritto ai genitori lontani in Belgio: «Non preoccupatevi minimamente per me. Quando si serve Dio, uno è felice da qualsiasi parte». E così vi giunse solo con un breviario e un piccolo crocifisso, unico bianco sano ad avere il coraggio di sbarcare sull’isola maledetta, in mezzo a 600 indigeni lebbrosi. La prima, grande prova fu abituarsi al fetore insostenibile dei malati, che gli serrava la gola; ma di preservarsi dal contagio non si preoccupò, avendo «affidato la questione a Nostro Signore e alla Vergine Santa». A Molokai chi regnava era la morte; era dunque necessario portarla dalla propria parte, darle dignità, preparare gli uomini a morire. Se pensiamo che all’arrivo di Padre Damiano i cadaveri venivano abbandonati nei campi, intuiamo la portata della prima opera da lui compiuta: un cimitero. Da che mondo è mondo, l’uomo seppellisce i suoi morti, perché se rispetto chi non c’è più, ancor più riterrò degno di rispetto chi cammina al mio fianco. Con il cimitero, iniziò a fare i funerali. E coloro che erano diventati bestie tornarono via via a riconoscersi uomini.

Introdusse l’adorazione perpetua al Santissimo Sacramento, mai vista prima in quel luogo. Commovente era il coro: anche se il pianista doveva suonare con un pezzo di legno attaccato alla mano e spesso andavano sostituiti i cantori (la mortalità era all’ordine del giorno), era diventata famosa l’armoniosa dolcezza di quei canti da quando la principessa delle Hawaii, Liliuokani, in visita a Molokai, si era messa a piangere ascoltandoli, colpita dalla gioia che trasmettevano quei condannati a morte. A questo si aggiungano le opere che padre Damiano intraprese: costruì chiese e cappelle, un porticciolo, una strada, due acquedotti, due orfanatrofi, un centro di formazione… tutto nel poco tempo che rimaneva libero dopo la visita agli ammalati. Non tutti i lebbrosi erano con lui, ma – come spiega un biografo - «al di fuori di questa fragile comunità, vigeva solo un brutale orrore».

Certo non fu facile: tante furono le difficoltà, a partire dalle incomprensioni dei suoi superiori, dall’essere l’unico sacerdote, dalle calunnie di promiscuità sessuale che i “rivali” protestanti gli muovevano e che gli trafiggevano il cuore.

Nel 1885 si accorse che il nemico chiamato “lebbra” lo aveva infine colpito. Scrisse: «Sono diventato lebbroso. Penso che non tarderò ad essere sfigurato. Non avendo alcun dubbio sul vero carattere della mia malattia, io resto calmo, rassegnato e felicissimo in mezzo al mio popolo. Il Buon Dio sa bene ciò che vi è di meglio per la mia santificazione, e ogni volta ripeto con tutto il cuore: Sia fatta la tua volontà!». E così si spense quel padre, che tanto aveva amato i suoi figli, tanto che qualche malato arrivò a dire: «Io non voglio guarire, se questo significa allontanarsi da Padre Damiano».

Ecco quale fu il suo miracolo: riuscì a portare un pezzetto di paradiso in mezzo a quell’inferno, dando senso e dignità a chi le aveva del tutto perdute. Insegnò che quando ciò che conta è la sola vita materiale, la sopravvivenza, allora ciascuno diventerà per l’altro un carnefice, pur di sopravvivere per un’ora in più; quando, invece, si capisce che c’è qualcosa – anzi, Qualcuno – per cui vale la pena perfino morire, allora si vive davvero, perché chi dona la propria vita, la trova. E trasforma quel pezzo di terra in cui è chiamato a vivere in uno splendido giardino.

 

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